Funivia Mottarone, tre fermi: "Sapevano di guasto a freno"

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Tragedia della funivia del Mottarone, i tre fermati stanotte per l'incidente erano consapevoli da settimane del guasto al sistema frenante di sicurezza. A dirlo è il procuratore capo di Verbania Olimpia Bossi che indaga sulla vicenda. Con il gestore dell’impianto della funivia del Mottarone, un ingegnere e un capo del servizio attualmente in stato di fermo c’è stato un "confronto di carattere tecnico. Si sono ‘giustificati’ rispetto alle consapevoli anomali del sistema frenante dell’impianto "per superare le difficoltà economiche ed evitare che si fermasse a lungo". Così si è preferito "disinnescare" sulla cabina precipitata il sistema frenante di sicurezza, continua il procuratore Bossi.

Uno sviluppo investigativo "molto inquietante": con la "convinzione che mai si sarebbe tranciato il cavo si è corso il rischio" più volte e di una tragedia sebbene le anomalie del sistema fossero state "segnalate più volte". Tra gli ultimi interventi c’è sicuramente quello del 3 maggio scorso, ma almeno un’altra richiesta di intervento sarebbe stata ignorata, insomma la cabina sarebbe stata a rischio per più giorni o settimane.

Contro i tre fermati c’è un quadro "fortemente indiziario", afferma ancora il procuratore capo di Verbania, a capo dell’inchiesta sulla tragedia che ha disposto il carcere per il gestore dell’impianto della funivia del Mottarone, un ingegnere e un capo del servizio dell’impianto "persone che avevano un ruolo giuridico ed economico, cioè prendevano decisioni".

Il cavo trainante spezzato è "l’innesco della tragedia" sulla funivia, ma poi c’è un comportamento "consapevole e sconcertante" di chi ha preferito il guadagno alla sicurezza, spiega ancora Il procuratore di Verbania. Una scelta "molto sconcertante" quella che i tre - ora in carcere per un quadro indiziario ritenuto "grave" - hanno portato avanti pur di evitare una riparazione adeguata del sistema frenante che probabilmente avrebbe portato a una lunga chiusura dell’impianto, le cui casse erano state messe già a dura prova dal lockdown.

Un comportamento “consapevole e sconcertante” perché i tre fermati avrebbero avuto consapevolezza del malfunzionamento dell’impianto frenante e per “evitare continui disservizi e blocchi” hanno preferito per settimane continuare a mettere a rischio i passeggeri, coscienti che l’"anomalia necessitava di un intervento più radicale, di un blocco più consistente" dell’impianto, afferma ancora il procuratore.

"Abbiamo potuto accertare, in particolare dall’analisi dei reperti fotografici, che la cabina precipitata presentava il sistema di emergenza dei freni manomesso, cioè non era stato rimosso o meglio era stato apposto il ‘forchettone’ che tiene distante le ganasce dei freni che avrebbe dovuto bloccare il cavo in caso di rottura", spiega il procuratore. Un malfunzionamento che i tre ignorano - c’è un intervento il 3 maggio scorso, ma poi si chiudono gli occhi di fronte ad altre spie iniziate fin dalla riapertura del 26 aprile - con la "convinzione che mai si sarebbe tranciato il cavo".

La manutenzione di maggio avrebbe risolto solo in parte il problema quindi per evitare ulteriori interruzioni del servizio, i tre hanno scelto di aggirare le norme e impedire al freno d'emergenza di entrare in funzione. Così poco prima di mezzogiorno di domenica 23 maggio quell’inerzia sulla sicurezza costa la vita a 14 persone.

Da testimoni a fermati. Sono tre le persone della società che gestisce l’impianto della funivia del Mottarone - il proprietario Luigi Nerini, un ingegnere e un capo del servizio dell’impianto - arrestati dalla procura di Verbania che indaga per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose in relazione all’incidente di domenica scorsa. Nel pomeriggio di ieri i carabinieri di Stresa hanno ascoltato sei dipendenti della società e per un paio di loro la posizione si è inaspettatamente aggravata, tanto da far scattare in serata le prime iscrizioni nel registro degli indagati e quindi, a sorpresa, le manette. Sono passati pochi minuti dopo l’1 quando l’avvocato Pasquale Pantano, difensore dell’imprenditore 56enne di Baveno, varca il cancello della caserma e intorno alle 3 arriva la conferma del finale inaspettato: due dipendenti e Nerini sono destinatari della misura di custodia firmata dal procuratore capo di Verbania Olimpia Bossi.

I tre devono rispondere di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose nei confronti di un bambino (unico sopravvissuto) rimasto gravemente ferito e di rimozione od omissione dolosa di cautele - punisce chi omette di collocare strumenti destinati a prevenire infortuni - aggravata se dal fatto deriva un disastro, come in questo caso.

Il numero degli indagati sembra destinato a crescere a breve. L’inchiesta deve ora cercare di appurare anche perché quel cavo si è spezzato, dando il via al primo passo di una tragedia che poteva essere evitata.

"Si lo hanno ammesso", ha poi spiegato stamane il comandante provinciale dei carabinieri Alberto Cicognani a 'Buongiorno Regione' su RadioTre, rispondendo alla domanda se i fermati avessero ammesso le loro responsabilità. "Il freno non è stato attivato volontariamente? Sì, lo hanno ammesso - spiega -. C’erano malfunzionamenti nella funivia, è stata chiamata la manutenzione, che non ha risolto il problema, o lo ha risolto solo in parte. Per evitare ulteriori interruzioni del servizio, hanno scelto di lasciare la 'forchetta', che impedisce al freno d'emergenza di entrare in funzione".

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