Furbetti del Covid, Zaia invoca il Me Too leghista

Federica Fantozzi
·2 minuto per la lettura
Head of the Lega Nord (Northern League) party and former Italy's Interior Minister, Matteo Salvini (R) chats with President of Veneto Region Luca Zaia during a party rally in Conselve, near Padua, on August 30, 2019. - Italy's political crisis was triggered on August 8 when Matteo Salvini withdrew his far-right League party from the governing coalition with M5S and called for a snap elections, looking to capitalise on the party surging in polls. (Photo by Marco BERTORELLO / AFP)        (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP via Getty Images) (Photo: MARCO BERTORELLO via Getty Images)
Head of the Lega Nord (Northern League) party and former Italy's Interior Minister, Matteo Salvini (R) chats with President of Veneto Region Luca Zaia during a party rally in Conselve, near Padua, on August 30, 2019. - Italy's political crisis was triggered on August 8 when Matteo Salvini withdrew his far-right League party from the governing coalition with M5S and called for a snap elections, looking to capitalise on the party surging in polls. (Photo by Marco BERTORELLO / AFP) (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP via Getty Images) (Photo: MARCO BERTORELLO via Getty Images)

Ore convulse nel partito di Matteo Salvini, dove è caccia grossa ai furbastri del bonus per le partite Iva danneggiate dal coronavirus. Ben tre su cinque deputati che l’hanno intascato nonostante il pingue stipendio sarebbero targati Lega, motivo per cui il furibondo segretario ieri pomeriggio ha virato da “vergogna, dimissioni” all’”immediata sospensione dal gruppo parlamentare”. Il problema, però, resta trovare i reprobi. Il tam tam della politica ipotizza due uomini e una donna, un lombardo e uno (o una) del Sud, a riprova del fatto che la Lega da nordista è diventata a tutti gli effetti nazionale.

Trascorsa una notte – non del tutto serena per i vertici di via Bellerio – la situazione non è cambiata. Gli accertamenti del caso, che tutti i partiti hanno giurato di avere avviato, non hanno dato esito. Gli inviti all’autodenuncia neanche. “Come ha detto ieri Salvini – commenta sconsolato il capogruppo leghista a Montecitorio Riccardo Molinari - se li troveremo, saranno sospesi dal nostro gruppo”. Ma renderete noti i nomi all’opinione pubblica? “Intanto, ci auguriamo vivamente che si auto-denuncino”. Dietro l’imbarazzo non filtra altro: nessuna dichiarazione ufficiale. Luca Zaia, fortissimo governatore del Veneto, condivide la scelta della sospensione come punizione ma prima ancora invita eletti e amministratori locali a uscire allo scoperto: “Faccio un appello, tutti chiariscano se hanno ricevuto o meno il bonus, in una sorta di Me Too al contrario. Così evitiamo la caccia all’untore. Oggi il sentiment dei cittadini che dicono “fuori i nomi” è forte e va ascoltato, ne va della credibilità della classe dirigente”.

Massimo Garavaglia, deputato di lungo corso ed ex sottosegretario all’Economia, all’”Aria che tira” su La 7 allarga le braccia: “Stanno facendo gli approfondimenti, i nomi salteranno fuori e Salvini prenderà i provvedimenti del caso”. Ma i nomi, li direte o vi appellerete anche voi alla fatidica privacy? “La privacy in Italia è una parola grossa, la punizione maggiore per loro sarà proprio la gogna mediatica”.

Già: la domanda che Salvini si fa, proprio in queste ore, è fino a dove colpiranno gli effetti a cascata della gogna mediatica. Nel pieno della campagna elettorale per le regionali (in quale regione saranno stati eletti i furbacchioni?), tra i rumors di rimpasto tardo-settembrino, con il partito di Giorgia Meloni in rincorsa sui padani, circondati dagli strali di profonda e diffusa indignazione. Ecco perché anche la chat interna che ipotizzava “disguidi dovuti all’erronea richiesta dei commercialisti” è stata silenziata. In attesa di capire chi, dove, come. E soprattutto a che livello.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.