Furti in serie ai turisti in metropolitana a Milano: 8 arresti -2-

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Milano, 17 dic. (askanews) - Le persone effettivamente catturate sono sei, perché due uomini sono al momento irreperibili. A questi otto (tutti di etnia rom, di cui cinque donne), si aggiungono tre minorenni che risultano indagati a piede libero. Secondo quanto hanno spiegato dagli investigatori della squadra mobile di Milano che hanno condotto le indagini, coordinate dal pm Daniela Bartolucci e dall'Aggiunto Laura Pedio, al vertice della banda ci sarebbe stato il 38enne bosniaco Muharem Omerovic detto "Bimbo". Secondo l'accusa, nell'organizzazione criminale ci sarebbero stati uno dei suoi figli, due suoi nipoti e le loro rispettive mogli e compagne.

Dalle indagini, sarebbe emerso che gli uomini si sarebbero occupati della pianificazione dei colpi e degli aspetti logistici (dove e quando mettere in atto i furti, organizzare le trasferte, prenotare gli hotel e trovare gli alloggi, contattare i legali in caso di arresto e gestire i proventi), mentre le giovani donne e i minorenni sarebbero stati impegnati per otto-nove al giorno a depredare i turisti (soprattutto stranieri e in particolare giapponesi) nel centro di Milano, Venezia e Genova. Attività che, secondo la quantificazione fatta dagli investigatori, avrebbe fruttato complessivamente alla banda tra i 25 e i 30mila euro al mese. Le arrestate, che hanno tra i 20 e i 35 anni e sono di nazionalità bosniaca o croata, in passato sono state ripetutamente denunciate per furto con destrezza in diverse città italiane: la più anziana di loro ben 45 volte.

A far scattare le indagini nel dicembre 2018, è stata la denuncia di un giovane rom nato a Roma ma di origini bosniache, che aveva spiegato come "Bimbo" e il suo clan lo avessero costretto (con botte e minacce) a consegnargli i proventi dei furti che lui commetteva prima a Roma, poi a Venezia e infine a Milano. Non solo, il 38enne, spalleggiato da moglie e due figli, gli avrebbe anche chiesto una sorta di "pizzo" di mille euro a settimana per poter continuare a vivere e rubare prima nel capoluogo veneto e poi in quello lombardo, e quando lui si sarebbe rifiutato, gli avrebbe proposto di versargli un'una tantum di 20mila euro, altrimenti "lo avrebbe bruciato vivo".

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