Gabriele Salvatores ci parla del suo nuovo film Comedians, dove Milano ha un ruolo speciale

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Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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«Questa è una città molto cinematografica. Certi interni di palazzi, le case di ringhiera, le strade, le luci di notte sono ancora pieni di quelle suggestioni da cui è partita la vera commedia all’italiana, quella nata dal neorealismo». Così, nel 1988, Gabriele Salvatores su Repubblica presentava il suo secondo film, Kamikazen - Ultima notte a Milano, liberamente tratto da Comedians, pièce di Trevor Griffith che aveva adattato con successo per ben tre anni di repliche al Teatro dell’Elfo, epicentro della scena alternativa di allora. Kamikazen, che fu il trampolino di giovani talenti come Claudio Bisio, Diego Abatantuono, Silvio Orlando e Paolo Rossi, veniva salutato come la prova del fatto che Milano fosse ormai pronta, per risorse e prospettive, a dar vita a un nuovo cinema di qualità. A distanza di più di trent'anni, dopo l’Oscar per Mediterraneo, una ventina di altri film e un’inarrestabile sperimentazione tra generi e sguardi, Salvatores torna a quel primo amore, Comedians, che ripropone ora in una versione cinematografica quasi fedele all'originale e con una nuova scuderia di attori: Ale e Franz, Christian De Sica, Natalino Balasso, Marco Bonadei, Walter Leonardi, Vincenzo Zampa e il giovanissimo Giulio Pranno, già protagonista di Tutto il mio folle amore. Qui Milano resta un sentimento sullo sfondo: «il film è ambientato in uno storico liceo classico della città, il Beccaria, dove ho studiato anch’io, ma è girato a Trieste. La città è un fondale dietro a una finestra, come nel cinema di una volta. È un rumore di pioggia insistente.

Photo credit: Courtesy Photo
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E questo anche per motivi contingenti.

Avrei dovuto girare un altro film, che ho rimandato a settembre (Il ritorno di Casanova, con Toni Servillo, ndr): la troupe era pronta, ma la pandemia ha complicato tutto. Da padre di famiglia, diciamo così, non me la sentivo di lasciare a casa la gente: ci siamo inventati l’unica cosa possibile, trovare un testo che ci permettesse di non spostarci troppo. E Comedians è tornato a chiamarmi.

Potremmo definirla una relazione intermittente.

La versione che portammo all’Elfo nell’85 era molto rielaborata, usata come un contenitore da riempire di sketch e improvvisazioni che parlavano della nostra realtà. Quel testo mi ha molto influenzato, non sono più riuscito a considerare la comicità nella stessa maniera. Rileggendolo adesso, ne ho visto emergere il lato più oscuro, lo sguardo malinconico su una piccola comunità che ha bisogno di sopravvivere in qualsiasi modo, a ogni costo.

Sotto la lente, il “politicamente scorretto” di un certo umorismo che degenera facilmente nel sessismo, o nel razzismo.

Più che mai attuale: oggi la comicità è usata in maniera sbagliata anche dai politici, facciamo spesso battute su cose di cui davvero non dovremmo ridere. Mi piacerebbe che nel film il pubblico le riconoscesse e si ponesse la stessa domanda: perché sto ridendo?.

Il valore etico della comicità: un concetto che oggi suona quasi eversivo.

C’è un altro tema scottante, quello dell’odio: il maestro accusa il comico interpretato da Giulio Pranno di esserne accecato, di aver perso il contatto con la realtà. Ma lui se lo tiene stretto, quell'odio. È un discorso sul filo del rasoio: l’odio ci porta fuori strada, ma se riusciamo a trasformarlo in rabbia ci aiuta a cambiare le cose. Purtroppo, andando avanti con gli anni, può succedere che tutta quella rabbia, piano piano, evapori.

Questo ha a che fare con la coerenza artistica?

Sì. Nessuno ti chiede di fare l’artista, ma se decidi che è la tua strada, hai una responsabilità: assumere su di te il riflesso delle emozioni che susciti nel pubblico. L’etica del nostro lavoro sta proprio lì. Avendo una certa età e una carriera fortunata, questa responsabilità la sento tanto, soprattutto dopo l’Oscar: è come se dovessi restituire qualcosa. Ecco perché continuo a sperimentare, a pormi asticelle sempre più alte.

È per quella "coerenza" che ha scelto di restare a Milano, lontano dall’industria del cinema?

(Ride) Nella Roma cinematografica sono, per così dire, un po’ fuori dal giro, vengo percepito come un elemento estraneo. Se non è un discorso etico, è comunque una cosa mia: per me Roma è una città molto difficile da vivere. Sono un po’ lontano dalla logica di chiudere gli affari o il progetto di un film a pranzo o a cena su una terrazza, ma è un mio limite: fatico a relazionarmi con quelle situazioni. Il vero problema è che oggi nel cinema non si riesce a fare sistema come una volta: s'è perso un senso di comunità, ognuno fa la sua battaglia un po' da solo.

La considerano un regista milanese, ma è nato a Napoli.

E ne sono molto orgoglioso. Ma quello che ho fatto, mettere insieme, negli anni Settanta, un gruppo di persone, di amici, che non avevano mai fatto teatro, provare nelle cantine o nei centri sociali, portare in giro i nostri spettacoli in una serie di circuiti alternativi, è stato possibile perché vivevamo nel tessuto sociale milanese. Prima di tutto questo casino, credo fosse una delle più belle città dove vivere: ha una forte anima democratica, un senso di comunità, è molto più aperta di come la dipingono certi stereotipi

Se a Roma c’è l’industria, a Milano c’è il pubblico. Che ha risposto in modo eccezionale all’appello della riapertura.

Un pubblico abituato a sale con tradizioni radicate, che orientano, fanno scelte non casuali. Tra tutte, ma sono tante, l’Anteo e il suo Palazzo del Cinema: un progetto all’avanguardia, un modo nuovo di vivere i film. Lo stesso accade col teatro, alla prima riapertura dell’Elfo, il teatro era tutto esaurito, quando le luci sono scese è partito un applauso da brividi. Ma non mi va di generalizzare.

Perché forse è anche una questione generazionale.

Certo: è stato infatti un mio coetaneo romano come Francesco De Gregori a farmi una delle sorprese più belle. Quando ho pensato di usare una sua canzone, La leva calcistica, per Marrakech Express, tutti mi han preso per matto: troppo complicato, troppo caro. Allora ho alzato il telefono e l’ho chiesta direttamente a lui. “Prendila, se ti piace”, ha risposto. “Per quelli della nostra generazione funziona così: se lasci una cosa per strada e un altro passa e pensa di poterla usare, semplicemente se la prende”».

Milano, dove i cinema seminano le nuove pratiche

Dopo la riapertura molte sale milanesi hanno registrato il tutto esaurito. «Sono diventate nel tempo veri e propri centri di produzione culturale», spiega l'assessore, che per allargare accessi e partecipazione promuove il biglietto sospeso

Il titolo era già un pronostico: "L’alba dei cinema vivaci". Così si chiamava l’iniziativa che, il giorno della riapertura delle sale in Lombardia, ha radunato davanti al piccolo Cinema Beltrade, nella periferia nordorientale di Milano, una gran folla di appassionati alle sei del mattino: tutti impazienti di partecipare, nel rispetto delle regole, alla maratona aperta da Caro Diario di Nanni Moretti, l’ultimo film proiettato prima della chiusura. La notizia del tutto esaurito del Beltrade ha fatto il giro d’Italia e, insieme al primato nazionale d’incassi realizzato nei primi giorni di programmazione dalle sale di Anteo Palazzo del Cinema e la buona riuscita di altri che hanno audacemente riaperto subito i battenti a dispetto della scarsità di titoli e della comprensibile diffidenza di un pubblico duramente colpito dalla pandemia, ha incoraggiato molti a parlare di “fenomeno Milano”. Ma chi conosce bene la realtà milanese sa che questa risposta è piuttosto il frutto di buone pratiche radicate nel tempo e di un’incessante resistenza sotterranea di molti esercenti per mantenere vivo il rapporto di fiducia con il pubblico nel lockdown.

«Accade perché Milano vanta luoghi in cui si concepisce davvero il cinema come un momento di diffusione e condivisione di contenuti culturali», spiega l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno. «Molti cinema qui somigliano più a dei teatri, si frequentano cioè non solo per il film proiettato, ma perché se ne apprezza la proposta culturale». Si tratta di sale, spiega l’assessore, «che spesso hanno una programmazione fortemente identitaria, sviluppano meccanismi di affidabilità che il pubblico riconosce».

Realtà che resistono orgogliosamente all’invasione delle multisale con una programmazione intelligente, sostenuta da incontri e spazi di convivialità, che spesso hanno contribuito a sostenere pellicole trascurate dalla grande distribuzione con il passaparola: è il caso del glorioso cinema Mexico, al cui tenace patron Antonio Sancassani è stato dedicato un film (Mexico! Un cinema alla riscossa, di Michele Rho). «Diciamoci la verità», conferma Del Corno, « questo ha favorito l’immediato riallacciarsi di un rapporto fiduciario tra il pubblico e la sala». Milano, aggiunge l’assessore, «che una volta aveva in corso Vittorio Emanuele la sua Broadway del cinema, ha vissuto un processo di chiusure e migrazioni che ora paradossalmente favorisce la prossimità territoriale, la fruizione della sala come servizio di quartiere».

Photo credit: Emanuele Cremaschi
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Ne sanno qualcosa i “ragazzi” del Cinemino, spazio a ridosso di Porta Romana che in quasi quattro anni di attività conta 35mila soci, «un hub di zona», lo definisce Agata De Laurentis, «con una sala da 74 posti e un piccolo bar: «da qui, lungo l’arco della giornata, passa davvero tutto il quartiere, a salutare, prendere un caffè, chiedere di inserire un film in cartellone. E questa è un po’ la differenza tra un luogo di pura visione o di condivisione». «Il tratto comune», conferma Del Corno, «è proprio la condivisione: alla base di ogni rappresentazione, teatrale o cinematografica, alla radice dell’idea stessa di Europa, c’è il teatro greco, il momento, osservato anche da Aristotele, in cui la comunità cittadina assiste riunita a uno spettacolo. È questa comunanza a produrre l’emozione della catarsi, senza la quale l’arte, come esperienza cognitiva ed emotiva, perde di senso e la comunità allenta la sua coesione». Sulla scorta di questa certezza l’assessore ha promosso, con l’amministrazione comunale, “Milano che spettacolo!” campagna che rilancia gli spettacoli dal vivo e la partecipazione culturale.

«Il “miracolo a Milano” che ora ci serve è quello della quotidianità: riportare l’esperienza della cultura all’interno di una dimensione quotidiana del vivere cittadino. Per questo abbiamo sviluppato il programma Estate Sforzesca, 84 serate di teatro e musica, e condiviso con Anteo, come ogni anno, la programmazione quotidiana delle arene estive del cinema. Per questo lavoreremo in autunno per promuovere un larghissimo accesso ai cinema con forme di incentivo diretto, pensiamo per esempio a veri e propri biglietti sospesi. Perché questo è il momento in cui cambiare passo».

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