Gabrielli al Copasir, “guardia alta” contro il terrorismo dopo la crisi afgana

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On July 19, 2019, in Palermo, commemorations were held for the Via D'Amelio massacre, in which the judge Paolo Borsellino and his escort lost their lives. In picture: The Italian police chief Franco Gabrielli during his visit in via D'Amelio, place of the attack on the mafia. (Photo by Francesco Militello Mirto/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)
On July 19, 2019, in Palermo, commemorations were held for the Via D'Amelio massacre, in which the judge Paolo Borsellino and his escort lost their lives. In picture: The Italian police chief Franco Gabrielli during his visit in via D'Amelio, place of the attack on the mafia. (Photo by Francesco Militello Mirto/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

“Guardia alta” contro il terrorismo dopo la crisi afgana. Una lunga audizione, più di due ore, davanti al Copasir, il Comitato di controllo parlamentare sui Servizi segreti, presieduto da Adolfo Urso. Tanto è durato il confronto di Franco Gabrielli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed autorità delegata per la sicurezza della Repubblica dal presidente Draghi, con deputati e senatori a Palazzo San Macuto.

L’informativa resa al Parlamento è stata “ampia ed articolata”, secondo quanto si è appreso da fonti del Comitato. Gabrielli ha affrontato aspetti riguardanti la
sicurezza nazionale tra cui l’esercizio di poteri speciali da parte del Governo in materia di “golden power”, le manifestazioni di protesta del fronte no vax ed infine un focus sullo stato di attuazione dell’Agenzia per la cybersicurezza. Ma l’attenzione si è concentrata “sulla formazione del nuovo governo a guida talebana e sull’impatto in termini di rischio terroristico, flussi migratori, narcotraffico e assetti geopolitici“. Ma soprattutto è stato focalizzato il rischio terrorismo. Perché la nuova situazione che si è creata a Kabul con il ritiro degli Stati Uniti potrebbe farci tornare indietro a diversi anni fa quando in particolare l’Europa è stata teatro di attacchi: Gran Bretagna, Spagna, Germania, e Francia (dove proprio oggi è iniziato il processo contro gli imputati per la strage del Bataclan che nel 2015 è costata la vita a 130 persone).

“I fatti di Kabul - ha spiegato Gabrielli in una recente intervista a Famiglia Cristiana - ripropongono il tema con forza, ma la minaccia c’era già prima, non è mai venuta meno. Gli apparati di sicurezza sono ben consapevoli di questo, anche se ovviamente hanno innalzato l’allerta e l’attività di intelligence. Dobbiamo prepararci a convivere con il terrore alla stessa stregua con la quale l’abbiamo vissuto almeno in questi vent’anni, da quell’11 settembre che ha cambiato la storia”.

Due le esigenze primarie, secondo Gabrielli: “Quella di disarticolare preventivamente la rete di possibili attentati, ma l’altra cosa che a me premeva moltissimo era la riduzione del danno. Nella malaugurata ipotesi che un attentatore si fosse manifestato, bisognava essere pronti a fermarlo, a impedire il prima possibile che andasse avanti a seminare morte. Pensiamo alle vicende francesi di Charlie Hebdo e del Bataclan, con la difficoltà di neutralizzare subito gli attentatori. A Vienna il terrorista continuò ad agire indisturbato per ore. La riduzione del danno è sempre stata uno dei nostri obiettivi principali”. E come si riduce il danno? “Aumentando la capacità reattiva di tutto il sistema di sicurezza: lo scambio di informazioni tra operatori, l’apparato comunicativo, la velocità di intervento dei corpi speciali. Uno studio del Congresso americano, il 9/11 Commission report, ha passato al setaccio tutte le fasi dell’attentato e ha messo in rilievo molti aspetti: la scarsa comunicazione tra gli apparati, la loro eccessiva frammentazione, una certa disorganizzazione. Qualcosa di analogo è avvenuto in Afghanistan ad agosto e spiega quel che è accaduto”.

Domani il Copasir ascolterà anche Stefano Pontecorvo, finora ambasciatore Nato in Afghanistan, il quale (in dichiarazioni allo stesso settimanale) quanto al rischio terrorismo si mostra pessimista. Ha detto: “L’unico gruppo con il quale i talebani hanno strategicamente delle divergenze inconciliabili è Daesh. L’Isis, lo sappiamo da rapporti abbastanza credibili, ha fatto una chiamata alle armi per intensificare le proprie attività in Afghanistan e per combattere i talebani. I due attentati del 26 agosto ne sono una prova. Con gli altri gruppi, invece, a partire da Al Qaeda, c’è una comunanza, una fratellanza, una identità di ideologia religiosa, non vi sono contrarietà di base. E alcuni di questi gruppi hanno appoggiato i talebani per la conquista del Nord del Paese. Diventa difficile, a questo punto, per i talebani tener fede alla promessa che hanno fatto con gli accordi di Doha, di non consentire che l’Afghanistan diventi una piattaforma per azioni terroristiche verso altri Paesi”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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