A Gantz l'incarico per il governo in Israele

Cecilia Scaldaferri

In Israele si cerca di sbloccare lo stallo politico, mentre il Paese affronta l'emergenza coronavirus. Il presidente Reuven Rivlin ha affidato formalmente a Benny Gantz l'incarico di formare un governo. Il leader del partito centrista Blu e Bianco, forte dell'appoggio della maggioranza di 61 deputati, ha ora 28 giorni per tentare di mettere in piedi una coalizione che regga alla prova della fiducia alla Knesset, ma ha già promesso che tenterà di riuscirci nel giro di pochi giorni.

L'obiettivo, ha assicurato accettando il compito, è di formare velocemente "un governo ampio, nazionale". Per questo motivo, poco prima di ricevere formalmente l'incarico, Gantz ha telefonato ad Avigdor Liberman, leader del partito ultra-nazionalista di destra russofono Yisrael Beitenu, e ad Amir Peretz, leader laburista alla guida della coalizione di sinistra Labor-Gesher-Meretz: sono questi i partiti che, insieme a Blu e Bianco e ad eccezione della deputata di Gesher, Orly Levy-Abekasis, hanno indicato il loro sostegno a Gantz come candidato premier.

Assieme a loro anche tutti e 15 i parlamentari della coalizione araba Lista Unita, il cui leader, Ayman Odeh, ha avuto lui pure una conversazione telefonica con l'ex capo di Stato maggiore; non è chiaro però se la minoranza arabo-israeliana sia stata invitata a un incontro.

La partecipazione degli arabi a un governo d'Israele resta un tabù per molti politici israeliani, anche per lo stesso partito di Liberman, ma non è escluso il sostegno esterno per permettere la nascita dell'esecutivo. 

Fedele alle sue parole, il numero uno di Blu e Bianco ha anche fatto un giro di telefonate con i partiti di destra e religiosi, alleati del Likud, chiedendo un incontro per discutere di un governo il più ampio possibile. Ma tutti - dal ministro dell'Interno Aryeh Deri, leader del partito ultra-ortodosso sefardita Shas, al ministro della Salute Yaakov Litzman, alla guida della formazione ultraortodossa ashkenazita United Torah Judaism, fino al ministro della Difesa Naftali Bennett, capo del nazional-religioso Yamina - hanno rifiutato, sostenendo di essere un blocco unico rappresentato da Benjamin Netanyahu.

I parlamentari eletti alle recenti elezioni del 2 marzo - le terze in meno di 12 mesi - si sono recati a giurare alla Knesset, entrando in aula tre alla volta come previsto dalle nuove misure di contrasto al Covid-19. Prima della cerimonia, ha preso la parola il presidente Reuven Rivlin, rivolgendosi ai soli tre presenti, Netanyahu, Gantz e lo speaker del Parlamento, il deputato del Likud Yuli Edelstein: "Date a questo popolo un governo", ha implorato, sottolineando come gli israeliani siano "esausti" per questo blocco politico che va avanti da oltre un anno.

"La politica è tutt'altro che perfetta, ma è pensata come l'arte del possibile, spesso deve essere l'arte del compromesso", ha aggiunto il presidente, ricordando che "l'attuale crisi politica è molto reale, molto profonda e ci sta dividendo in due. E non abbiamo ancora altra scelta, perché non abbiamo altre persone e nessun altro Paese".

E mentre i parlamentari erano ancora impegnati a giurare, il deputato di Yisrael Beitenu, Oded Forer, ha presentato una mozione che prevede le dimissioni del capo di un governo ad interim se incriminato. Se il testo dovesse passare, significherebbe la fine politica per Netanyahu, accusato di corruzione, frode e abuso di fiducia in tre casi; il processo, il cui avvio era previsto per domani, sabato notte è stato spostato a maggio per ordine del ministro della Giustizia, il deputato del Likud Amir Ohana, tra le acute proteste dell'opposizione.

Intanto, il coronavirus si sta diffondendo nel Paese, i casi finora registrati sono oltre 250 e il governo ad interim sta studiando l'eventuale adozione di ulteriori misure restrittive.

Al momento, lo Stato ebraico ha fortemente limitato la vita pubblica, senza però fermarla del tutto: scuole, bar, ristoranti, cinema e palestre sono chiusi ma restano aperti piccoli esercizi commerciali, cosi' come sono attivi i trasporti pubblici, oltre ai servizi essenziali come supermercati e farmacie.

Il ministero della Salute ha esortato Netanyahu a chiudere tutto, ma una decisione non è stata ancora presa, a preoccupare il premier sono le ricadute economiche.