Gaza, gasolio dalla plastica

Proteggere la propria salute e l'ambiente, oppure cercare con ogni mezzo di continuare a lavorare per sopravvivere? Per gli abitanti di Gaza, territorio palestinese da quindici anni sotto embargo israeliano, si impone la seconda opzione.

E così, pur di non fermare i pescherecci per mancanza di carburante, fornito da Israele col contagocce, c'è chi ha cominciato a estrarre gasolio dai rifiuti di plastica.

Mahmoud al-Kafarneh, proprietario dell'impianto: "Mettiamo i rifiuti di plastica nella vasca e li facciamo bollire a una temperatura tra i 200 e i 250 gradi (celsuis), finché non generiamo un vapore, che in seguito raffreddandosi si trasforma in una sostanza liquida, che è il processo di estrazione del gasolio".

L'operazione però presenta gravi pericoli tanto per la salute degli addetti quanto per il rischio di una catastrofe ambientale: il processo produttivo comporta la generazione di diossine, mercurio e gas tossici, con conseguenze insostenibili.

D'altra parte, a Gaza, dove l'esercito israeliano agli inizi di agosto ha ucciso almeno 49 palestinesi in soli tre giorni i rischi per la salute sono tristemente superati da una drammatica realtà economica.