"Genitori, vaccinate i vostri figli perché il vero problema è il Long Covid"

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(Photo: Cavan Images via Getty Images/Cavan Images RF)
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“Il Long Covid è presente anche tra i bambini. La necessità di prevenirlo, conferma ulteriormente la grande importanza del vaccino contro il coronavirus per i più piccoli”. Ad affermarlo ad Huffpost è il dottor Andrea Campana, responsabile del Centro Covid di Palidoro del Bambino Gesù. Febbre, nausea, palpitazioni. O anche mancanza di concentrazione, difficoltà ad addormentarsi, a stare svegli. Tutti questi possono essere i sintomi del Long Covid, non sempre riconoscibili come tali, specie tra i bambini. I genitori spesso li osservano senza capire bene da cosa derivino e questo può portare a un ritardo diagnostico, con possibili conseguenze anche sul lungo periodo. Abbiamo chiesto al dottor Campana di aiutarci a fare maggiore chiarezza sul tema.

Dottor Campana, partiamo dal concetto generale. Cos’è il Long Covid?

“Quando parliamo del Covid siamo abituati a pensare alla punta dell’iceberg: la forma più acuta della malattia, con possibili complicanze respiratorie e intestinali. Nei mesi successivi alla guarigione, si è osservato però che ci possono essere anche conseguenze a distanza, molto eterogenee. Per Long Covid nei bambini ci riferiamo a una serie di sintomatologie che compaiono dalle 2 alle 4 settimane dopo l’infezione”.

Di che sintomi parliamo? Cosa deve generare un allarme tra i genitori?

“I primi studi sono stati effettuati sull’adulto, che però è in grado di comunicare meglio quali sono i propri disagi fisici. Le manifestazioni possono essere generali o organo-specifiche. Per quanto riguardano le prime, riscontriamo uno stato di malessere, uno scadimento di quelle che sono le normali capacità di concentrazione, difficoltà ad addormentarsi, a stare svegli. Un calo generale nelle prestazioni, che per l’adulto riguarda l’attività lavorativa, per il bambino, l’ambito scolastico. Proprio perché i disturbi sono eterogenei, c’è una difficoltà diagnostica. Ma il numero di pazienti interessati dimostra quanto sia reale questa sintomatologia, che può diventare anche organo specifica: disturbi intestinali, nausea, la presenza di manifestazioni cutanee, vertigini, palpitazioni, la febbre. Nelle manifestazioni più importanti può portare alla famosa MIS-C - sindrome infiammatoria multisistemica - che però tendiamo a tenere separata dal Long Covid. In un bambino che ha avuto il Covid o ha vissuto una situazione particolare durante la pandemia - perché i genitori sono stati in isolamento, hanno assistito a dei lutti o a delle situazioni particolarmente stressanti - bisogna prestare attenzione a questi segnali, che potrebbero richiedere un approfondimento”.

Quali differenze ci sono con il Long Covid degli adulti?

“I bambini hanno una capacità di rigenerazione che gli adulti non hanno, riescono a far fronte a situazioni stressanti. Nel bambino possiamo avere dei fattori confondenti. Alcuni di loro hanno vissuto molto male le condizioni socio economiche della famiglia, magari in caso di una disoccupazione dovuta alla pandemia: questo può avere amplificato debolezze, magari già presenti nel bambino”.

Quali sono i rischi: il Long Covid può portare anche a una condizione permanente?

“Nell’adulto sembra di sì, nel bambino è presto per dirlo. Ad oggi anche chi ha avuto manifestazioni gravi, come la MIS-C, non ha avuto conseguenze d’organo, quindi problemi respiratori, cardiaci, gastrointestinali. Sul Long Covid si è detto che se non viene intercettato per tempo, quindi se questi bambini non vengono aiutati a rispondere a situazioni stressanti, si potrebbero generare in loro conseguenze psichiche che condizionerebbero lo sviluppo cognitivo. Tuttavia, lo capiremo solo fra mesi o anni se si tratta di un disagio transitorio o se parliamo di una conseguenza psicofisica che può in qualche modo influenzare lo sviluppo cognitivo e lo stato di salute”.

E come si aiutano questi bambini? Come si cura il Long Covid?

“Con una rapida diagnosi. È cosa molto difficile individuarlo, così come ogni patologia che ha una grave componente soggettiva e non solamente oggettivabile. Un genitore che vede un figlio con una forte eruzione cutanea si rivolge subito a un medico. Se invece si osserva una volontà di non andare a scuola, uscire col compagno a fare sport, c’è più scetticismo a identificarlo come sintomo di una malattia. Il primo step è l’anamnesi: che tipo di Covid ha sviluppato, aveva delle situazioni favorenti, la condizione è stata particolarmente stressante, i genitori hanno avuto ricadute socio economiche importanti? Questo può aiutarci a comprendere meglio da cosa nasce la brain fog, la nebbia cognitiva. I genitori devono rivolgersi ai medici, ci sono anche centri specializzati: i sanitari sapranno indirizzare al meglio”.

Di che incidenza parliamo? Il professor Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas, ha dichiarato che un bambino guarito su sette sviluppa Long Covid.

“Questo onestamente non posso dirlo, sono troppo piccoli i numeri in campo pediatrico. Le posso parlare di quella per gli adulti: l’Oms la identifica in un quarto dei soggetti guariti. Uno studio inglese ha segnalato il 13% a quattro settimane, 5% dopo otto. In ambito pediatrico ha iniziato a dare una risposta uno studio realizzato dal Gemelli, ma con numeri molto contenuti: la percentuale rilevata è stata anche in questo caso del 13%. Ma ripeto: parliamo di uno studio troppo piccolo”.

E invece quanto durano gli effetti? Una revisione scientifica del Murdoch Children’s Research Institute di Melbourne ha segnalato che raramente i sintomi persistono oltre 12 settimane.

“C’è sicuramente una correlazione con la gravità della malattia. Ricordo perfettamente i nomi e i volti dei ragazzi che hanno avuto la MIS-C: sono rimasti tre settimane in rianimazioni e ognuno di loro è calato di circa 12 chili di peso. Questi ragazzi a recuperare ci metteranno tantissimo tempo. Ma ancora non siamo in grado di capire se è solo la gravità ad allungare i tempi o se è anche una situazione predisponente del soggetto. Per fare le cose fatte bene, serve una valutazione a distanza, con almeno un anno e mezzo di osservazione”.

È più grave in chi ha avuto una forma più severa della malattia, ma il Long Covid può manifestarsi anche tra chi era stato asintomatico?

“Assolutamente sì, soprattutto tra i bambini. Anche tra chi non ha avuto la malattia, ma l’ha vissuta di striscio. Se soffro di mal di testa cronico, normalmente i giorni in cui sento più dolore sono sabato e domenica, in cui sto a casa, non ho confronto con gli altri, non ho una routine che in qualche modo mi distrae dal sintomo che mi affligge. Lo stesso è capitato a questi ragazzi. Un adolescente che è stato in quarantena per casi in famiglia o anche solo a lungo in didattica a distanza non ha avuto modo di non pensare ai sintomi, c’è stato un peggioramento di queste malattie. È stato trasversale questo virus: ha colpito sia chi si ammalava, sia chi subiva le conseguenze indirette dell’isolamento”.

Tutto questo di cui abbiamo parlato è un’ulteriore conferma dell’importanza del vaccino per i più piccoli?

“Assolutamente sì. Anche se non posso mettere la mano sul fuoco sul fatto che ci saranno conseguenze cognitive a distanza, so per certo che dei 720 bambini ricoverati al Centro COVID di Palidoro, 42 sono finiti in rianimazione e hanno avuto delle situazioni di insufficienza organica importante, anche se fortunatamente ce l’hanno fatta. Al centro di Roma qualcuno non ce l’ha fatta. Sicuramente non è una malattia grave come per l’adulto, ma può essere comunque grave. Eviterei di aspettare, sperando che le prossime varianti siano clementi con bambini”.

Si parla molto, lei stesso l’ha fatto più volte nel corso di questa intervista, di sindrome infiammatoria multisistemica. Cosa stiamo osservando?

“Mi permetta di dare una bella notizia. La MIS-C colpisce fondamentalmente gli adolescenti. Da maggio fino a oggi abbiamo visto solo due MIS-C. Cosa è successo in questo periodo? Abbiamo vaccinato gli adolescenti”.

Un’ultima domanda, sulla base della sua esperienza quotidiana: quali sono i dubbi dei genitori sul vaccino e come rassicurarli?

“Paradossalmente i dubbi dei genitori per i figli sono pochissimi. Non abbiamo notato una preoccupazione nel lasciar vaccinare gli adolescenti, probabilmente perché loro stessi spingevano molto. La richiesta è stata immediata. C’era una spinta enorme da parte dei genitori di figli con disabilità a vaccinarli il prima possibile. Onestamente non ho sentito nessuna resistenza da parte dei genitori, sono più gli adulti a rimandare”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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