Gentiloni incontra von der Leyen, Italia punta ad Affari Economici

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di Tommaso Gallavotti Il portafoglio degli Affari Economici resta l'ambizione dell'Italia governata dal Pd e dai Cinquestelle per la prossima Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen, in cui Roma schiera l'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. E' presto però per sapere se questo obiettivo si concretizzerà o meno: di qui a martedì prossimo, quando verrà presentata la squadra dei commissari a Bruxelles, tutto può succedere. Le resistenze non mancano, come si è capito dalle indiscrezioni circolate in mattinata, che indicavano Gentiloni in pole per la Concorrenza, portafoglio di grande peso ma meno audace, da un punto di vista politico, rispetto agli Affari Economici. 

Segno che non tutti, nell'Ue, sono aperti ad una rivoluzione di simile portata, con il Paese più indebitato dell'Eurozona, dopo la Grecia, a sorvegliare i bilanci degli Stati membri. Ci sono altre opzioni: per il Commercio, uno dei portafogli economici 'pesanti' che all'Italia potrebbe interessare (siamo un Paese esportatore, come la Germania), ma solo dopo Affari Economici e Concorrenza, i rumors indicano come 'papabile' Phil Hogan, attuale commissario all'Agricoltura, anche in vista della Brexit: dato che ci sarà da negoziare la relazione futura con il Regno Unito, un irlandese viene considerato perfetto per quel ruolo. 

Invece per la Concorrenza, altra delega economica 'pesante' che sarebbe il 'second best' per Roma, è in corsa anche la francese Sylvie Goulard, anche perché la Francia intenderebbe rivedere le regole, in particolare la definizione del mercato, scottata com'è rimasta dalla bocciatura delle nozze tra Siemens e Alstom. Goulard viene indicata anche per l'Industria o per una delega nel settore Difesa, che con la Pesco diventa importante anche a livello comunitario. 

Gli Affari Economici, oggi appannaggio del socialista francese Pierre Moscovici, potrebbero, ma va sempre usato il condizionale finché non ci sarà l'ufficialità, essere affidati a Gentiloni, secondo indiscrezioni che circolano con insistenza da ieri. Di sicuro questa è l'ambizione italiana: si tratterebbe di una mossa coraggiosa e audace, sia per von der Leyen che per l'ex presidente del Consiglio, che avrebbe davanti a sé una sfida non da poco, dato che il commissario ha un ruolo di guardiano dei Trattati e, quindi, deve non solo essere terzo, ma anche apparire tale. 

Gentiloni, tuttavia, è un politico esperto, ha esperienza internazionale e di tutte queste cose è perfettamente consapevole. E poiché l'obiettivo degli Affari Economici è circolato sui media, è difficile pensare che un politico navigato come Gentiloni non abbia un minimo di copertura politica, su questo, almeno da parte della Germania. Senza spingersi troppo oltre, indiscrezioni di stampa hanno riportato di una telefonata della cancelliera Angela Merkel alla sede del Pd, per raccomandare la nascita del governo Pd-Cinquestelle. Se quella telefonata, come è stato scritto, ha visto veramente all'altro capo del filo Paolo Gentiloni, qualcosa i due si saranno detti. 

E se la Francia, altro pezzo grosso dell'Ue, oltre a Christine Lagarde alla Bce, otterrà anche la Goulard alla Concorrenza, il presidente Emmanuel Macron avrà riportato una doppia vittoria. Quindi, a quanto si apprende, gli Affari Economici a Gentiloni allo stato restano possibili. Molto possibili. 

In ogni caso, la presidente eletta, riferiscono fonti Ue, valuterà attentamente i pro e i contro e poi deciderà il da farsi; di sicuro un auspicio politicamente così denso di implicazioni, per di più espresso da un ex capo di governo, che è pure in ottimi rapporti con Angela Merkel, non può essere scartato alla leggera, senza un'adeguata riflessione. Certo, per un Paese dal debito pubblico elevato come l'Italia gli Affari Economici potrebbero essere un'arma a doppio taglio. 

E un italiano, per quanto di altissimo profilo, in quell'incarico potrebbe risultare poco gradito ai Paesi nordeuropei 'rigoristi', visto anche la presenza non marginale di sudeuropei nei posti chiave, a partire dal portoghese Mario Centeno all'Eurogruppo. Proprio dal fronte del rigore, però, si registrano, dietro garanzia di anonimato, aperture inaspettate. 

Segno che, se non altro, qua e là a Bruxelles si fa strada il seme del dubbio che, davanti alla sfida della Brexit e alla potente avanzata del nazionalismo non solo nei Paesi ex comunisti, ma anche tra i fondatori dell'Ue come l'Italia, forse fare finta di niente e andare avanti come se nulla fosse successo potrebbe non essere la soluzione più saggia. 

"Se la presidente Von der Leyen - spiega all'Adnkronos una fonte diplomatica nordeuropea - ritiene che Paolo Gentiloni sia la persona più adatta a fare raccomandazioni sui bilanci, incluso quello dell'Italia, non abbiamo alcun motivo di bloccarla. Abbiamo grande fiducia nella Commissione come guardiano dei trattati - prosegue la fonte - e, con le qualità di Gentiloni, non abbiamo alcun motivo di ritenere" che questo ruolo "possa cambiare". 

L'ex presidente del Consiglio, sottolinea, "ha sempre dimostrato di essere un politico competente e abile, al massimo livello". Merce rara, insomma: "Non ce n'è mai grande disponibilità a Bruxelles", sospira la fonte. Tuttavia, ammesso che questa possibilità si concretizzi, la strada sarebbe irta di ostacoli: "Per lui - rimarca la fonte - non rischierebbe di rivelarsi un calice avvelenato, essere quello che deve dire all'Italia di mettersi in riga?". Il punto, in realtà, sono le regole dell'Ue sui bilanci pubblici. 

Anche se da più parti si levano voci che ne chiedono la revisione (recentemente lo hanno fatto persino i servizi della Commissione e la candidata alla presidenza della Bce Christine Lagarde), modificarle non è un'impresa facile, come sa chi, come l'ex ministro Pier Carlo Padoan e anche il suo successore Giovanni Tria, si è battuto per modificare le modalità con cui viene calcolato l'output gap, un indicatore chiave per la valutazione dei bilanci nazionali dei Paesi membri. 

Il fatto è che ogni leader politico viene eletto nel proprio Paese e, quindi, deve sempre avere in mente il livello nazionale, anche quando fa politica in Ue: "In Germania - ha osservato l'economista Alberto Bagnai, della Lega, presidente della Commissione Finanze del Senato - il livello nazionale è difficile da gestire, perché è stata costruita una narrazione tale per cui la colpa è nostra, di noi popoli del Sud", speculare e contraria a quella prevalente in Italia, e non solo, che vede i tedeschi come fanatici del rigore ad ogni costo. Quindi, osservava ancora Bagnai, "qualsiasi politico tedesco" che voglia ricondurre il dibattito su un piano più razionale "trova come ostacolo i propri elettori, perché gli avversari politici diranno: 'Questi vogliono mettere in pericolo il nostro stile di vita, facendo un favore a quelli che sono la causa della crisi, perché sono le cicale e noi siamo le formiche'". 

Bisognerà vedere se Ursula von der Leyen, con Angela Merkel (e altri politici dei Paesi cosiddetti rigoristi), avrà la forza di superare questo vincolo politico oggettivo, specie oggi che la destra di AfD, tutt'altro che incline a fare sconti all'Italia, è in crescita.