Germania: si pensa di tassare lo smart working

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la germania vuole tassare chi lavora in modo agile
la germania vuole tassare chi lavora in modo agile

Smart working: la panacea di tutti i mali, a livello lavorativo, ai tempi del Covid. Abbiamo imparato a conoscere questa parola, soprattutto in Italia, per necessità a causa del Coronavirus, mentre nel resto d’Europa era una tipologia di lavoro che già si praticava. Adesso però, dalla Germania, non arrivano buone notizie per coloro che lavorano in maniera “agile”, visto che si starebbe pensando di porre una tassa al 5% per chi si trova in smart working.

Germania e la proposta di tassare lo smart working

La Deutsche Bank starebbe pensando di tassare coloro che si trovano in smart working. Questa la proposta per aiutare coloro che a causa dell’emergenza sanitaria, hanno perso il lavoro. Proposta che ovviamente, ha scatanto una marea di polemiche, visto che i lavoratori non comprendono perchè i danari non vengano recuperati in altro modo, ad esempio da coloro che hanno delle morosità a carico.

La proposta è stata presentata da Luke Templeman, strategist di Deutsche Bank, secondo cui chi lavora da casa risparmia denaro, in quanto non spende soldi ne per acquistare i biglietti dei mezzi pubblici e tantomeno per il pranzo. La cifra raccolta quindi da questa stangata, andrebbe a costituire un fondo per aiutare coloro che sono stati economicamente danneggiati dall’emergenza sanitaria, a causa anche delle chiusure imposte dal governo.

Come dice lo stesso Templeman: -“Da anni abbiamo bisogno di una tassa sui lavoratori da remoto, e il Covid lo ha reso evidente a tutti”.

A sostegno della tesi, è stato realizzato un report di Deutsche Bank Research, secondo cui se gli Stati Uniti d’America decidessero di applicare questo sistema, potrebbero raggiungere la sostanziosa cifra di 49 miliardi di dollari, mentre nel caso del Regno Unito 6,9 miliardi di sterline in un anno. E la Germania? In base alle stime la Germania, dovrebbe essere in grado di recuperare 20 miliardi di euro.

Secondo Templeman infatti. -“Il virus ha avvantaggiato coloro che possono svolgere il proprio lavoro virtualmente, come gli analisti bancari, e ha minacciato i mezzi di sussistenza o la salute di coloro che non possono. L’aliquota del 5% sullo stipendio non provocherà loro conseguenze peggiori di quelle che avrebbero se avessero scelto di recarsi in ufficio, e sarà pagata direttamente dai datori di lavoro. Ovviamente sarebbero esclusi lavoratori autonomi e quelli a basso reddito”.

Ingeneroso è comunque il ritratto che lo stesso strategist, fa del lavoratore in smart working, secondo cui: -“può risparmiare nell’acquisto di vestiti e tutto quello che è necessario in un’economia ‘faccia a faccia’. E questo è un grande problema. Non solo. Coloro che lavorano da casa ricevono benefici finanziari diretti e indiretti e dovrebbero essere tassati per facilitare il processo di transizione per coloro che hanno improvvisamente perso il posto”.

A ben guardare ci sono tutti i presupposti per far si che la vicenda e il malcontento dei lavoratori costretti allo smart working, non si esaurisca a breve termine, soprattutto se la strategia messa a punto dalla Deutsche Bank, dovesse concretizzarsi effettivamente nella tassa in busta paga.