Ghosn è latitante in Libano. E c'è chi lo vuole al governo

Ivana Pisciotta

Ghosn come asso nella manica per risolvere la situazione del Libano? C'è chi ipotizza che l'ex magnate - fuggito rocambolescamente il 30 dicembre dal Giappone dove è accusato di frodi finanziarie e fiscali - possa addirittura far parte, nel Paese dei Cedri, di un esecutivo. Ad esempio il leader druso Walid Jumblatt sostiene che come ministro sarebbe una scelta migliore della "marmaglia" attualmente presente.

Apparentemente, sarebbe un potenziale candidato anche come premier: Ghosn ha trascorso gran parte della sua giovinezza a Beirut e gode di un ampio sostegno pubblico al punto che, quando venne arrestato nel novembre 2018, un cartellone pubblicitario gli espresse così solidarietà per le strade della capitale: "Siamo tutti Carlos Ghosn", recitava. Non solo, ma quando venne chiamato al capezzale della Nissan, si guadagnò il soprannome di "cost killer", tanto era la sua bravura nel redigere i bilanci.

Chissà quindi se, nonostante tale ipotesi sia stata avanzata solo ironicamente sui social da qualche esponente politico, Ghosn possa risolvere davvero la crisi del suo paese, attanagliato dallo stallo politico e da una situazione economica che - bancomat a secco, gioiellerie prese d'assalto - sta assumendo contorni sempre più drammatici. Sembra lontana la formazione di un nuovo governo dopo che per la seconda volta, il presidente Michel Aoun ha rinviato la scadenza per nominare il nuovo premier, rifiutandosi di assegnare il reincarico a Saad Hariri, dimessosi lo scorso mese di ottobre per le proteste di piazza contro il suo governo, accusato di corruzione e cattiva gestione dell'economia.

Debito alle stelle e svalutazione

Il debito è uno dei più alti al mondo - cresciuto del 2000% dal 1990, con un rapporto con il Pil del 150%. La lira libanese viene scambiata a circa 1.512 contro un dollaro, stando al valore ufficiale, mentre sul mercato nero si superano ormai abbondantemente le 2.000 lire contro un dollaro. La carenza di valuta straniera ha costretto le banche a imporre restrizioni ai prelievi e ai pagamenti con carta, anche all'estero.

Eppure, Beirut brillava come fornitrice di servizi finanziari. Mentre il resto delle banche centrali del mondo cercava di stimolare la ripresa post-crisi mantenendo i costi di finanziamento all'1% o meno, la Banque du Liban ha spinto i tassi così in alto che i rendimenti di oltre il 10% sono diventati comuni per i depositanti. Ma la dipendenza dagli investimenti stranieri ha lasciato il governo vulnerabile, scivolando sempre più nel debito, soprattutto perché la crescita economica è stata lenta.

Ghosn dal canto suo, nella sua fuga, ha ricevuto finora il pieno sostegno dei funzionari libanesi. Nel novembre del 2018, il ministro degli Esteri Gebran Bassil aveva definito l'ex magnate"uno dei successi libanesi all'estero", facendo sapere inoltre che "lo Stato libanese lo sosterrà nel suo calvario per garantire che riceva un giusto processo". E se la sua carriera passerà davvero dall'essere latitante a diventare premier, Ghosn saprà ricompensarlo?