Giù le mani da Lando Buzzanca, attore in possesso di tutte le "note" necessarie

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ROME - JUNE 14:  Italian actor Lando Buzzanca arrives at the David di Donatello 2007 Italian Awards at the At Gran Teatro di Tor di Quinto June 14, 2007 in Rome, Italy.  (Photo by Franco Origlia/Getty Images) (Photo: Franco Origlia via Getty Images)
ROME - JUNE 14: Italian actor Lando Buzzanca arrives at the David di Donatello 2007 Italian Awards at the At Gran Teatro di Tor di Quinto June 14, 2007 in Rome, Italy. (Photo by Franco Origlia/Getty Images) (Photo: Franco Origlia via Getty Images)

C’era una volta Lando. Ma facciamo macchina indietro: Palermo, 1972, mattina presto. I miei compagni di classe di Cinisi, cittadina che allora nessuno associava ancora a Peppino Impastato, arrivavano in corriera quasi fin sotto il cancello del nostro liceo scientifico, il “Galileo Galilei”, appena passata l’alba, tra lo stadio della Favorita e la Palazzina Cinese.

Indossavano giacconi doppiopetto “Marzotto” spigati, degni di un vice-commissario dei film poliziotteschi con Maurizio Merli, fumavano “Colombo”, soprattutto però si tenevano compagnia raccontando felici di avere visto, metti, il giorno prima, proprio un film con Lando Buzzanca. Magari si trattava di “La prima notte dottor Danieli, industriale col complesso del giocattolo”, storie di mancate erezioni, in Sicilia. Della pellicola ricordavano tutto, come fosse il bozzolo del loro orizzonte affabulatorio. Lando restituiva una comicità venata di smarrimento incarnata nel quotidiano dei Settanta, erano infatti gli anni della strategia della tensione, della rivolta studentesca, i genitori fumavano “Muratti”, alcuni addirittura portavano il borsello sotto l’ascella. E anch’io mi univo a loro, aggiungendo aneddoti, magari tratti da un altro film sempre del nostro Lando, palermitano come me. Per esempio una scena de “La schiava, io ce l’ho e tu no”. Mandava in visibilio il momento in cui sempre lui, Lando, si fa trasportare, appunto, dalla ragazza seduto su un risciò, passando davanti agli amici vitelloni fermi ai tavolini di un bar in piazza Politeama: le facce di quelli, tra invidia e stupore, gli amici che alla fine non potevano fare a meno di esclamare trasecolati un immenso “Minchia!”. Scoprendo l’intraprendenza del maschio siculo o forse sicano.

Era una parodia, sebbene sempre maschilista, di un feticcio letterario standard, il dongiovanni di Sicilia, lo stesso che Vitaliano Brancati, siciliano d’Oriente, aveva tratteggiato in “Paolo il caldo” o nell’altro suo romanzo leggendario omonimo, “Don Giovanni in Sicilia”, appunto. Insieme a Franchi e Ingrassia, allora già in picchiata di fama agli occhi del pubblico delle seconde visioni, Buzzanca era una sorta di nostro amuleto comico, assai più che cinematografico, tuttavia, crudelmente, un attore conterraneo di cui non farò il nome, dicesse di lui una sentenza cattiva mutuata da Totò: “Ha tre note, e le altre quattro dove sono?”.

Qualche anno prima, sempre lui, Lando, aveva perfino trionfato in televisione accanto a Delia Scala, nuovo mattatore, nella certezza coniugale secondo cui “… l’amore non è bello se non è litigarello”. Buzzanca, con altrettanta faccia tosta, era riuscito, sempre sullo schermo, a trasfigurarsi perfino in sindacalista nel film omonimo, raccontando a suo modo l’“autunno caldo”, il tempo delle bandiere rosse della “triplice”, i picchetti, le fabbriche occupate. Un Lando Buzzanca con l’eskimo verde della classe operaia in attesa di un proprio paradiso, esattamente come i salariati in quei giorni. Simmetrico e insieme opposto al Mimì metallurgico ferito nell’onore interpretato da un non siciliano, eppure impeccabile, Giancarlo Giannini.

Andando ancora indietro nel tempo invece, sempre di Buzzanca, c’era stato modo di scorgerlo, giovanissimo, nel bianco e nero di Pietro Germi, preso a schiaffi da un memorabile Saro Urzì in “Sedotta e abbandonata”. Lando fratello un po’ sciocco e morto di sonno della non meno giovane Stefania Sandrelli, lì a raccontare a suo modo la storia di Franca Viola, la prima ragazza che in Sicilia aveva rifiutato di sposare il proprio rapitore, sebbene agli occhi del paese la considerassero ormai “disonorata”.

Il tempo cinematografico di Lando a un certo punto è andato in dissolvenza, forse era anche fisiologico che accadesse, una legge di natura spettacolare. Sbiadita memoria, salvo poi riaccendersi nella sua tragica ed esemplare interpretazione del Principe Giacomo ne “I viceré” portato sullo schermo da Roberto Faenza, per il quale, se non rammento male, conquisterà un Globo d’oro, risarcimento forse tardivo per un attore ormai maturo, altero, non più maschera, non più fumettone isolano con baffi appunto da barberia sicula. Eppure, in questo senso, pensandoci bene, restando in tema ricreativo, abbiamo l’obbligo di ricordare il tempo di alcuni giornaletti leggendari, “Il Tromba“, “Zora la vampira”, “Sukia”, “Il Camionista”, capisaldi dell’onanismo autarchico tra caserma e cameretta con letto ribaltabile, e infine “Lando”, omaggio proprio a lui e alla sua maschera in slip; un premio che valeva più di mille Oscar alla carriera, pensandoci bene. Ma che dico? “Il Montatore”, la sua faccia, i suoi baffi da “sciupafemmine” lì in copertina.

Che amarezza quindi, nell’aldilà d’ogni Palmarès che lo riguardi, scorgerlo ormai anziano, inerme, tra le braccia del figlio Massimiliano, che è lì a proteggerlo da una brutta e improbabile vicenda che lo vorrebbe presto nuovamente sposo di una signora che insinua d’avere ricevuto da lui addirittura una promessa di matrimonio. Una brutta storia al momento oggetto di gossip, e che invece porta con sé soltanto tristezza e malinconia. Sembrano così remote le scene di repertorio dei suoi film, quasi che il merlo maschio vada oggi immaginato sotto le luci al neon di una residenza per anziani; povero Lando, povera la nostra memoria che lo immaginava eterno nel suo personaggio. Se è concesso ricorrere alla prima persona singolare, chi scrive si vanta con orgoglio di averlo salvato, nottetempo, anni addietro, da un disservizio ferroviario. Il treno su cui insieme per caso viaggiavamo bloccato a Orte, Lando nello scompartimento accanto, non restava che riportarlo a Roma in auto, grazie a un provvidenziale salvatore, sotto un diluvio pazzesco, merito di Roberta Armani, di lei che stava sulla nostra stessa “Freccia” e fortunosamente seppe offrirci un passaggio insperato.

Che felicità averlo, sempre quella sera, portato con noi e così protetto come si conviene a un bene del nostro immaginario assai più che cinematografico, omaggiando la sua gentilezza un po’ svagata. Il nostro merlo già maschio, lo stesso che nel 2010, con “Io e mio figlio”, volle interpretare una serie televisiva diretta da Luciano Odorisio, scelta esemplare per chi, come lui, da sempre associato al gallismo, vestì la divisa del commissario di polizia Vivaldi, papà orgoglioso del proprio figlio omosessuale… Sembra di rivederlo ancora adesso Lando intanto che fa ritorno a casa sotto il diluvio implacabile di quella sera, mentre finalmente guadagna il portone del suo appartamento nel suo quartiere di Ponte Milvio. Giù le mani da Gerlando Buzzanca, in arte Lando, palermitano, classe 1935, attore in possesso di tutte le note necessarie.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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