Giacomo Poretti: "Il mio ospedale in perenne equilibrio precario"

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Giacomo Poretti (Photo: brambillaserrani)
Giacomo Poretti (Photo: brambillaserrani)

“Un caffè normale e acqua non fredda”. Giacomo Poretti li ordina al bar con la voce inconfondibile e sottile del terzo nome del trio comico più famoso d’Italia, Aldo, Giovanni e Giacomo. Molto più semplice del “latte macchiato, tiepido, senza schiuma e con poco caffè... tiepido, eh, non freddo!” che chiede Giovanni nel loro primo film, cult, Tre uomini e una gamba.

Non ha fatto sempre il comico, ha lavorato per undici anni come infermiere nell’ospedale di Legnano, in provincia di Milano, a pochi chilometri di distanza da Villa Cortese, dove è nato. Forse se non avesse frequentato le scuole serali di teatro e cambiato mestiere in quello dell’attore, la “Storia tragicomica di un infermiere che voleva fare altro” che racconta nel suo ultimo romanzo Turno di notte, sarebbe stata la sua. Dopo il traguardo di caposala, invece, quasi trent’anni di comicità, sceneggiatura e scrittura.

Perché questo libro?

Da qualche anno il mio desiderio era quello di parlare dell’ospedale, un ambiente che ho frequentato per lavoro. Ma più che sulla mia esperienza da infermiere, ho voluto fare una riflessione sul luogo dell’ospedale.

Che tipo di luogo è?

Un luogo in cui a volte si sta un po’ in equilibrio precario.

Tra la vita e la morte?

Di certo l’ospedale è l’ambiente dove si vive la paura della vita che finisce, la paura della malattia. Cose che cerchiamo anche di rimuovere.

Anche un luogo dove si riflette sulla vita?

Sì, nel libro ho cercato di restituire i pensieri che sorgono a chi vive lì dentro ogni giorno, o da ammalato o da medico o da infermiere. E di restituire anche delle immagini di un luogo in cui l’equilibrio è tra gioie e dolori, perché c’è la malattia ma anche la gioia di chi entra sospettando qualcosa di brutto ma scopre di essere negativo a un esame importante. È un microcosmo, e si costruiscono anche legami tra le persone che lo abitano.

Che rapporto c’è tra medico e infermiere?

C’è qualcosa sotto. L’infermiere nutre una certa invidia verso il medico e il medico, se si può dire scherzosamente, si pone con un certo distacco sociale. Ma questo accade in tutti gli ambienti.

Cambia la percezione dell’ospedale durante un’emergenza sanitaria?

Conosco medici e infermieri che hanno lavorato in ospedale in questo periodo, ed è stata un’emergenza faticosa. Quando lavoravo io in ospedale mi capitò che per un grande incidente stradale portarono 30 persone, non 300 come in tempo di covid, e l’ospedale rimase bloccato.

Com’è oggi la comicità? Ha visto LOL?

Lo dico un po’ schernendomi da anziano, anche anziano della comicità, io mi sento legato agli schemi di una volta. Per me l’attore ha a disposizione il palcoscenico, il cinema, la televisione. Adesso, con l’irruzione dei contest, delle gare anche tra comici, mi sento in difficoltà.

Non ha mai partecipato a una gara?

Una delle cose che detesto sono le gare. Ma a volte si devono fare per forza. Mi ricordo che il momento peggiore di questa fortunatissima cavalcata con Giovanni e con Aldo e anche da solo, fu proprio l’inizio. Prima di incontrarli, partecipai a Star 90, talent show di Mediaset. Ogni puntata aveva dei padrini, e un ricordo affettuoso che conservo è quello di Walter Chiari che mi diede un incoraggiamento incredibile. La puntata finale però persi clamorosamente. Un critico di cui non farò mai il nome mi diede 0 e persi.

E cosa le ha dato la spinta poi?

Qualche rotella fuori posto nella mia testa mi ha fatto insistere. Ho fatto bene perché poi ho incontrato Aldo e Giovanni.

Cosa vi guida nel proporre i temi al pubblico?

Un po’ è l’anagrafe. Siamo partiti facendo cose molto surreali, follie comiche, come Mai dire gol o il primo film Tre uomini e una gamba. Mentre nell’ultimo film, Odio l’estate, siamo dei sessantenni che hanno delle famiglie e le preoccupazioni sui figli che diventano grandi. Ci siamo fatti un po’ guidare naturalmente dal corpo che cambia, se avremo la fortuna di lavorare ancora seguiremo l’andamento anagrafico che suggerisce contenuti nuovi.

È difficile rimanere sé stessi quando si diventa famosi?

Per noi tre è stato facilissimo. Ci siamo mantenuti per davvero noi, anche nello stile di vita. Giovanni e Aldo erano analfabeti allora e lo sono ancora adesso. Non sono cambiati più di tanto. Però questo è sempre meglio farlo dire da chi ci vede da fuori.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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