Gianni Morandi: "Non ho fatto la storia, non sono un grande artista. Tutto è nato da un nastro caduto a terra"

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(Photo: Francesco Prandoni via Getty Images)
(Photo: Francesco Prandoni via Getty Images)

“Non credo di essere un grandissimo artista, mi son trovato al posto giusto nel
momento giusto. Non ho fatto la storia. Modugno e Lucio Battisti. Io no. Ero lì. Sono un testimone”. Gianni Morandi si definisce “un uomo molto fortunato che sa vedere l’aspetto positivo nei momenti drammatici”. La sua fortuna è cominciata decenni fa, dando inizio alla sua carriera artistica. Lo racconta in un’intervista al Fatto Quotidiano.

“In questi decenni ho conosciuto tutti, ho incontrato tanti papi, politici come Andreotti, intellettuali del livello di Pasolini, registi tipo Bertolucci, Visconti o De Sica, attori come Sophia Loren, cantanti. C’ero. Passava il treno e lo prendevo. La mia storia è Forrest Gump, in fin dei conti nasco dilettante, senza scuola e senza niente, poi un arbitro di pugilato mi consiglia di tentare con la boxe, invece arriva il provino con la Rca e Migliacci racconta che il nastro con la mia canzone gli cade per terra, gli si attorciglia alla caviglia e incuriosito lo ascolta. Gli piace. Mi dà Andavo a cento all’ora”

L’ottimismo e la disponibilità non lo abbandonano neanche nei momenti difficili. Recentemente è finito in ospedale dopo essersi ustionato:

“Ho accettato il selfie con medici e infermieri mentre era in barella. In realtà anche in ambulanza; avevo una mano rovinata, con la pelle cadente, bruciature sui glutei, le ginocchia e dopo un po’ che stavamo lì, forse mi avevano dato la morfina, il ragazzo non ha resistito: ‘Facciamo una foto?’. ‘Va bene’. Una volta in ospedale sono arrivati gli altri scatti: forse non pensavano fossi grave, mentre sono stato ricoverato per 27 giorni. Però ha detto ‘sì‘. È più difficile dire ‘no’, perché tocca motivarlo e poi ti becchi pure dello stronzo; il ‘sì’ è facile e veloce”.

Gli anni passano, ma una canzone su tutte continua a essere il suo marchio di fabbrica:

“A volte mi passano il cellulare per gli auguri alla zia, alla nonna, al cognato che si sposa. Al telefono devo convincerli che sono realmente io. Inizio a cantare Fatti mandare dalla mamma. (Ride) È una specie di incubo, sembra che non abbia inciso altro. Ho provato a toglierla dal repertorio, alla mia età mi sembrava assurdo cantarla, ma finito il concerto il pubblico ci restava malissimo e iniziava a intonarla; oramai è una forma di rituale talmente consolidato da aver perso senso. Quasi nessuno pensa al ragazzo che invita la ragazza a trovare una scusa per vedersi: ci sono nonne che la insegnano ai nipotini di tre anni”

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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