Giappone a 10 anni da tsunami, una ricostruzione tra luci e ombre

Red
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Image from askanews web site
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Roma, 10 mar. (askanews) - L'11 marzo 2011 il più forte terremoto mai registrato al largo del Giappone, nono grado della scala Richter, innescò un devastante tsunami che inondò centinaia di chilometri di coste nella parte nordorientale del paese, provocando la distruzione di paesi e villaggi e la morte di oltre 20mila persone. Alcune delle quali non sono mai state ritrovate.

Come conseguenza dello tsunami, poi, il paese si vide precipitare in un secondo incubo: quello nucleare. I sistemi di emergenza della centrale nucleare Fukushima Daiichi, la più vecchia in servizio in Giappone, furono bloccati dall'invasione delle acque e diversi reattori andarono in meltdown, provocando il peggiore incidente nucleare della storia, dopo quello di Cernobyl.

Sono passati dieci anni e il Giappone, oggi impegnato in un nuova crisi assieme all'intero pianeta, la pandemia Covid-19, ricorderà domani con commemorazioni al più alto livello e ricordi quegli eventi, facendo anche il punto su una ricostruzione che, per molti aspetti è quasi completata, per altri invece ha bisogno ancora di tempo e presenta evidenti fragilità.

LA RICOSTRUZIONE DEL TOHOKU

Da Fukushima dovrebbe tra pochi giorni partire per il suo viaggio la fiaccola olimpica che illuminerà i Giochi di Tokyo 2021. Un simbolo, nella volontà del governo giapponese, che rappresenta la rinascita del Tohoku e della costa nordorientale del Giappone. Ma non tutto è andato così come si sperava, in realtà.

Lo tsunami - con onde che arrivarono fino a un picco di 30 metri - distrusse 122mila case e, nel momento peggiore, qualcosa come 470mila residenti furono costretti a lasciare le loro case nelle tre province di Miyagi, Iwate e Fukushima. A dicembre 2020 - secondo quanto afferma l'Agenzia per la ricostruzione giapponese - ce n'erano ancora 42mila.

Per la ricostruzione il governo di Tokyo ha riversato sul Tohoku qualcosa come 30mila miliardi di yen (280 miliardi di dollari). I primi cinque anni sono stati quelli della ricostruzione cosiddetta "intensiva", ora siamo alla parte della "rivitalizzazione economica".

Sempre secondo i dati dell'Agenzia per la ricostruzione, il 94 per cento dei campi e il 97 per cento delle strutture per processare il pesce - le due principali attività della regione - sono stati riportati ai livelli pre-tsunami. A guardare altre ricostruzioni in altre parti del mondo, il risultato c'è.

FUKUSHIMA

Resta tuttavia aperta la ferita di Fukushima. "E' un problema piuttosto complesso", ha spiegato ad askanews Jun Iio, direttore del GRIPS, Istituto di ricerca sulla scienza politica di Tokyo. "Ci sono aree in cui la radioattività è ancora alta e sono ancora vietate. Inoltre si sta procedendo con il decommissionamento della centrale che ha prodotto il disastro, ma questo lavoro è complesso e non se ne vede ancora la fine".

Proprio nei giorni scorsi i tecnici della Tepco, la società che possiede la centrale, sono riusciti a rimuovere del materiale radioattivo dal reattore 3 della centrale. Ma l'opera è titanica e non c'è totale incertezza su quando la centrale sarà completamente rimossa.

Molte tonnellate di materiali altamente radioattivi sono ancora all'interno dei reattori, e vanno eliminati con robot perché è impossibile per gli umani avvicinarsi. La Tepco avrà pagato, alla fine dell'operazione di ripulitura, 16mila miliardi di yen (147 miliardi di dollari), ma i tempi sembrano ancora lunghi e, se tutto va bene, di Fukushima Daiichi non si parlerà più tra il 2041 e il 2050.

Intanto però la centrale continua a produrre acqua contaminata, che dopo il trattamento - secondo la Tepco - diventa leggermente radioattiva perché la sua ripulitura non riesce a eliminare il trizio, e al momento le aree attorno alla centrale sono circondate da centinaia di silos pieni di quest'acqua.

Nonostante le rassicurazioni, la popolazione che vive attorno e che ha imparato a non fidarsi delle versioni ufficiali, non ci pensa nemmeno a chiudere un occhio rispetto alla possibilità che venga smaltita in mare contando sulla duluizione, come vorrebbe la Tepco. Quindi l'acqua si accumula e non si sa ancora precisamente come e quando smaltirla.

C'è poi il problema del terreno che è stato raschiato nell'ex area di esclusione, cioè un raggio di 20 km. Parliamo di 14 milioni di metri cubi di terreno, stoccati in depositi provvisori e coperti con teli neri, con un rilevatore di radioattività per ogni deposito che mostra alla cittadinanza che il livello di radioattività è sotto i limiti costantemente. Nessuna prefettura, a partire da quella di Fukushima, vuole che venga creato nel suo territorio un deposito permanente per ospitare questo terreno.

D'altronde la radioattività è un problema costante e presente anche oggi. I rilevamenti segnalano - e il ministro dell'ambiente Shinjiro Koizumi lo ripete spesso - sono più bassi di quelli di Londra (o Roma). Ma questo non vale, per esempio, per le zone boschive, dove non è stato possibile rimuovere il terreno contaminato. E non vale per le zone più a ridosso della centrale, dove ancora oggi è vietato categoricamente entrare. Così ci sono ancora parti di città vicino all'impianto abbandonate.

D'altronde anche le aree riaperte da pochi anni, hanno visto rientrare solo una parte delle 157mila persone che furono sfollate, spesso la parte più anziana. Molti, vivendo per anni altrove, si sono fatti una vita. E, poi, magari non sono neanche troppo contenti di tornare in zone dove pesa lo stigma della radioattività, a torto o a ragione. Questo problema, peraltro, vale anche per le attività produttive, principalmente agricole, della zona. Pur se considerate e certificate sicure, spesso sono snobbate solo perché vengono da lì, dove c'è il mostro radioattivo.