Giappone, aperto processo su morte richiedente asilo

Image from askanews web site
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Roma, 9 giu. (askanews) - La famiglia di una donna dello Sri Lanka che è morta in un centro di custodia per immigrati in Giappone lo scorso anno ha chiesto le scuse ufficiali del governo nipponico nella causa per danni. Lo riferisce oggi l'agenzia di stampa Kyodo.

La vicenda di Ratnayake Liyanage Wishma Sandamali ha messo nuovamente in luce il tema del trattamento per gli immigrati in Giappone, un paese che non brilla in merito a politiche per richiedenti asilo e migranti economici.

La famiglia della donna ritiene che la congiunta sia stata detenuta ilegalmente e sia morta per la mancanza di cure mediche adeguate. Ha chiesto un risarcimento di 156 milioni di yen (1,1 milioni di euro).

"Noi vogliamo che il governo giapponese si scusi e ammetta la sua responsabilità", ha detto la sorella di Wishma, Wayomi, nella prima udienza della causa presso la Corte distrettuale di Nagoya. "Vorrei una revisione del sistema d'immigrazione giapponese, perché credo che il Giappone debba cambiare in un paese che ha a cuore i diritti umani", ha aggiunto.

Wishma è morta all'età di 33 anni il 6 marzo 2021 presso l'Ufficio regionale dei servizi d'immigrazione di Nagoya. Aveva lamentato dolore allo stomaco e altri sintomi da metà gennaio.

Il team legale che assiste la famiglia chiede che vengano diffuse le immagini dei video di sicurezza ripresi durante la detenzione di Wishma. "Vogliamo sapere perché la si è lasciata morire", ha accusato Poornima, un'altra sorella di Wishma.

La famiglia inoltre sostiene che il governo giapponese ha rifiutato di consentire una scarcerazione provvisoria della donna, nonostante il deterioramento del suo stato di salute, con l'obiettivo di esercitare su di lei pressione in modo che se ne tornasse in Sri Lanka. Questa strategia avrebbe portato alla sua morte. A un certo punto, nonostante il fatto che peggiorasse a vista d'occhio, secondo la ricostruzione la donna fu anche collocata in una sezione psichiatrica di un ospedale.

La famiglia chiede anche la diffusione delle risultanze dell'autopsia della donna e sta valutando la messa in esame di una serie di testimoni, tra i quali il direttore dell'ufficio immigrazione al momento e il medico che ha visitato Wishma prima della sua morte.

Il governo giapponese ha già indicato che intende difendere la sua posizione in aula.

Wishma era arrivata in Giappone con un visto studentesco nel 2017 per studiare giapponese, ma allo scadere del visto aveva deciso di restare, presentando richiesta d'asilo. Ad agosto 2020 la polizia di Shizuoka la prese in custodia e fu inviata nel centro di detenzione per immigrati di Nagoya in attesa di espulsione.

Un'indagine interna dell'Agenzia dei servizi d'immigrazione ha stabilito che lo staff del centro mancava del know-how per gestire le emergenze, anche se non ha fornito una chiara causa di morte per la cittadina srilankese.

Ma, più che il centro di detenzione, alla sbarra in questo caso sembra essere l'intero sistema d'immigrazione nipponico. Il Giappone è il paese che, tra i G7, ospita meno rifugiati. Meno di una richiesta di asilo su 100 viene accettata, rispetto a tassi di oltre il 30 per cento per gli Usa e i paesi europei.

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