Giganti da rileggere/1: Natalia Ginzburg e la "Vita immaginaria"

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Confesso, per un misto di sciatteria, di snobismo e di prosopopea adolescenziale, di aver da giovane letto molto poco gli scritti di Natalia Ginzburg; giusto “Lessico famigliare” ma con spocchia e distrattamente. Che imbecille. Ma che gusto, che sorpresa la scoperta tardiva dei capolavori di Natalia Ginzburg, la narrativa ma anche quella forma particolarissima di saggismo (leggete la descrizione di Cesare Pavese in “Le piccole virtù”, un unicum nella ritrattistica letteraria) che si ritrova in libri preziosi come “Mai devi domandarmi”.

Perciò non fate come me, non aspettate, gustatevi tutta la collana dei libri della Ginzburg promossa da “Repubblica” e non perdetevi questa nuova edizione di “Vita immaginaria” curata da Domenico Scarpa per Einaudi. Dove troverete pagine che sembrano descrivere con decenni di anticipo le sciocchezze demenziali con cui nelle università americane si è arrivati a censurare Shakespeare e i tragici greci per non urtare la sensibilità degli studenti pateticamente infantilizzati dalla retorica vittimisttica (ora si dice “vittimaria”): mentre nelle Fiabe italiane di Calvino ci sono “teste tagliate, cadaveri, briganti, orchi, crudeltà e orrori” ora (nel 1972) “è nata l’idea che ai bambini tutto può far male (…). No alle storie di dolore perché il dolore fa male. No alla commozione. No alla crudeltà. No ai cattivi, perché non bisogna che i bambini conoscano la cattiveria. No al sangue perché fa impressione. No ai castelli lussuosissimi perché sono evasione. I bambini sono fragili e perciò li nutriremo con vivande lavate e disinfettate. Li nutriremo con sabbia, accuratamente filtrata e senza batteri. Li nutriremo col bicarbonato , col borotalco e con la carta assorbente”.

E i bambini di ieri sono diventati i censori di oggi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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