Giganti da rileggere/2: la vita esemplare di Václav Havel

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Leggete questo libro appassionante appena uscito di Michael Zantovsky, “Havel. Una vita” dell’editore La Nave di Teseo. Essenziale per capire di che pasta fosse fatto Václav Havel, un uomo di cui l’Europa colta e liberale dovrebbe andar grata e fiera, se invece non fosse così distratta, superficiale, malmostosa.

Il drammaturgo cecoslovacco che ha resistito con tutta la sua forza ai soprusi del totalitarismo comunista andrebbe ricordato come Gandhi o Martin Luther King. E andrebbe ricordata l’epopea della “rivoluzione di velluto” che portò trionfalmente un intellettuale schivo, desideroso di passare la sua vita tra i libri e nei teatri, al vertice della nuova Cecoslovacchia democratica.

Ora, purtroppo, l’oblìo ingiusto e sciatto. Figlio di genitori perseguitati già all’indomani del colpo di Stato del 1948 quando aveva appena compiuto 12 anni, Havel partecipò alla “primavera di Praga” e per questo fu prima bandito e messo all’indice dai teatri soffocati dalla censura di regime, poi subì il carcere per oltre cinque anni dopo aver fondato il gruppo dei dissidenti di “Charta 77”.

Bisognerebbe rileggere il suo “Il potere dei senza potere” per capire quanto in lui fosse radicata la fiducia (forse eccessiva e ingenua) nei valori della democrazia, della libertà d’espressione, della tolleranza, dell’opposizione alla violenza di Stato di cui il comunismo di Praga è stata compiuta espressione. Dobbiamo molto a persone come Havel, protagonista di una lunga e dolorosa battaglia contro una dittatura feroce finalmente abbattuta. E la sua vita, raccontata dal portavoce Zantosky, merita di essere conosciuta e studiata.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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