Giganti da rileggere/3: Ettore Scola, Sergio Castellitto e il materiale emotivo

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Quando un grande artista muore, anche se in età avanzata, ci addolora il rimpianto per la perdita di una vita preziosa, ma anche il rammarico per quello che non ci potrà più regalare in futuro. Sergio Castellitto, con questo suo “Il materiale emotivo”, ci restituisce un pezzo commovente dell’arte di Ettore Scola, un film tratto da una sceneggiatura incompiuta di Scola, Furio Scarpelli e Silvia Scola, “Un drago a forma di nuvola”, e su cui ha lavorato Margaret Mazzantini.

Un altro Scola, un nuovo Scola. Una creatura che sopravvive alla scomparsa fisica di un gigante del cinema italiano a cui Castellitto rende omaggio dandoci l’illusione di una rinascita, di un seme che fiorisce e ci fa sentire meno orfani, meno deprivati, meno prigionieri del dolore di una perdita irreparabile. Ettore Scola fa parte a pieno titolo del pantheon del cinema italiano, prima come sceneggiatore e poi come regista. Almeno tre film, “Una giornata particolare”, “C’eravamo tanto amati” e “La famiglia” (in cui ha lavorato Castellitto, l’altra sua partecipazione e a “Concorrenza sleale”), sono davvero dei capolavori di cui la cultura italiana, e non solo il cinema, dovrebbe andare orgogliosa.

Ci sono scoliani fanatici, un’ampia setta di cui mi onoro di far parte, che potrebbero trascorrere intere serate a citare a memoria battute e brani interi di “C’eravamo tanto amati”, in un gioco di specchi emotivi che ci piacerebbe non avere mai fine. C’è un materiale emotivo, per riprendere il titolo del film di Castellitto, che nelle mani di Scola, trattato con un misto di ironia e di malinconia, diventava materiale fondamentale per la nostra educazione sentimentale. E si entrava per forza nella setta degli scoliani intransigenti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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