Gigliuto (Piepoli): "Le periferie non sono andate a votare. Strappo con il centro va ricucito"

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Livio Gigliuto, Vicepresidente dell'Istituto Piepoli (Photo: Other)
Livio Gigliuto, Vicepresidente dell'Istituto Piepoli (Photo: Other)

“Più che una vittoria del Pd, è una vittoria della coalizione”. Il sondaggista Livio Gigliuto, Vicepresidente dell’Istituto Piepoli, commenta così con Huffpost i risultati delle elezioni amministrative. Le urne sono state chiuse alle 15 di oggi e, per il momento, oltre alla vittoria del centrosinistra, tre elementi sembrano chiari: l’affluenza in calo, soprattutto nelle periferie, il centrodestra in difficoltà sui territori, i 5 stelle che da soli non tengono più. L’astensionismo, ci dice Gigliuto, deve preoccupare ma non più di tanto: “Non è stata una debacle”. La differenza di affluenza tra centro e periferia, invece, deve allarmare. Tutti, partiti e cittadini, nessuno escluso.

Mentre proseguono gli scrutini, possiamo registrare una vittoria del centrosinistra e un’affluenza più bassa rispetto alle tornate precedenti. Cosa ci dicono questi dati?

Gli elementi che possiamo analizzare al momento ci indicano una vittoria della coalizione, più che del Pd. Dove il centrosinistra e i 5 stelle corrono insieme vincono: è il caso di Napoli e Bologna. Alle scorse amministrative qualche tentativo in questo senso era già stato fatto, ma non era andato a buon fine. Ora però, probabilmente, l’elettorato di queste formazioni è più maturo. Il governo insieme certamente ha aiutato a creare questa tendenza. Quanto all’astensione, difficile dire che ruolo abbia avuto, possiamo sicuramente osservare che in alcune città il centrosinistra ha guadagnato così tanti voti che il fatto che alle urne siano andate meno persone non può aver inciso più di tanto.

Resta il fatto che in molti non sono andati a votare. In quasi tutte le città è stata registrata l’astensione più alta di sempre. Possiamo tracciare un profilo dell’elettore tipo che ha disertato le urne?

Abbiamo una flessione del 5-6% rispetto alla precedente tornata elettorale. Ma, attenzione, non è una debacle. Ricordiamoci che veniamo da un referendum in cui l’affluenza era stata molto alta, e spesso alle amministrative si va a votare meno rispetto alle politiche. Di solito la fascia che va a alle urne in percentuali più basse rispetto alle altre è quella giovanile, ma il dato su cui dovremmo riflettere - tutti, i politici ma anche i cittadini - è un altro. È l’astensionismo delle periferie, dove cittadini sono andati a votare molto di meno rispetto al centro. È una tendenza generalizzata, che è stata registrata quasi ovunque, nei quartieri dove era forte il centrodestra ma anche in quelli dove alle scorse tornate avevano avuto le meglio altre formazioni. È uno strappo che va ricucito. E dovrebbero provarci tutti, il centrodestra come il centrosinistra. Questa campagna elettorale che è stata giocata molto sul territorio, ma nelle periferie in candidati quasi non si sono visti. I leader nazionali hanno girato molto poco le città, ma quando lo hanno fatto si sono fermati al centro, pensando forse che i candidati sarebbero andati anche altrove. Invece tutte le attenzioni sono state dedicate ai quartieri centrali. Questo elemento dovrebbe preoccuparci, come elettori e come cittadini.

Lei diceva “ha vinto la coalizione”. Il Movimento 5 stelle, dove ha corso da solo, ha registrato sonore sconfitte. Pensiamo a Roma e Torino: sono state governate da loro negli ultimi 5 anni, ma ciò non ha consentito loro di arrivare neanche al ballottaggio. Da soli i pentastellati non esistono più?

Guardi, se si esclude la percentuale bassissima di Milano (Layla Pavone, quando è stato scrutinato circa un terzo delle sezioni, è data al 2,9%, ndr), nelle altre città le performance non sono così negative. A Torino, ad esempio, Valentina Sganga potrebbe arrivare a una percentuale a due cifre. Quanto a Roma, la Raggi ha subìto una sconfitta, non c’è dubbio, ma il 20% che dovrebbe aver guadagnato, comunque, non è poco. Possiamo senza dubbio affermare, però, che sembra molto più premiante l’unità con il Pd. Gli elettori che, negli anni scorsi, erano sempre sfuggiti al concetto di coalizione, ora la premiano. Quando guardiamo al risultato dei 5 stelle, poi, dobbiamo sempre tenere in considerazione che il Movimento, sin dalla nascita, ha sempre avuto più forza a livello nazionale che sui territori.

Quanto la leadership di Conte ha influenzato questo risultato. E, soprattutto, quanto influenzerà il futuro prossimo del Movimento?

Conte ha raccolto un grande consenso nell’opinione pubblica e ha sottratto i 5 stelle dall’ambiguità, posizionando il Movimento - che fino a poco tempo fa non si avvicinava né a una parte né all’altra - verso la sinistra. Considerare il centrosinistra come alleato preferenziale, come sembra chiaro anche delle prime dichiarazioni che Conte ha fatto a urne chiuse, aiuta a definire il perimetro entro il quale il Movimento si muove.

Il grande sconfitto è il centrodestra. Salvini ha messo le mani avanti e ha detto: “Con i candidati siamo arrivati tardi”. È questa la ragione del mancato risultato?

Questa tornata elettorale è stata per il centrodestra un’occasione non colta. E credo che, più che al ritardo sui candidati o alla scelta di quei nomi, la sconfitta sia dovuta all’immagine che la coalizione ha dato di sé. C’è stato un clima di non armonia tra i partiti. Questo è stato il vero limite, perché gli elettori non hanno avuto la percezione di una coalizione unita. Resta comunque il fatto che, Trieste a parte, il centrodestra non amministrava nessuna delle città che andava al voto. Non ha perso quindi nessun territorio.

Il risultato delle elezioni ci dice qualcosa in vista del 2023?

Non attribuirei a queste votazioni un particolare significato in vista delle prossime politiche. Questa campagna è stata giocata molto sul territorio, quindi io userei una certa cautela nel trasferire il dato locale a livello nazionale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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