I gilè gialli e Anna Frank, in fuga come gli immigrati di oggi: la politica sugli schermi di Cannes

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HomeFeatures Where Is Anne Frank ‘Where Is Anne Frank’ (Photo: COURTESY OF CANNES FILM FESTIVAL)
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Con i ‘gilè gialli’ di Catherine Corsini la Francia porta in concorso un film che finalmente merita la selezione. “La Fracture” (parola divenuta iconica in Francia per indicare il Paese diviso in due) si occupa degli scontri di piazza che hanno incendiato Parigi e incanalato un disagio sociale su cui le etichette politiche hanno messo il cappello, ma a posteriori. Anziché fare sociologia spicciola però la regista sceglie una chiave in commedia che le assicura la ’giusta distanza’.

A battibeccare sono le figurine che popolano il pronto soccorso di un ospedale pubblico sull’orlo del collasso. Scordatevi le patinate vicende di “ER”. Sono figure che incarnano, bene o male, una classe sociale, un giudizio politico e un’internità o esternità agli scontri che la tv sta trasmettendo in diretta, ma l’ironia dello sguardo preserva il film dagli schematismi in agguato.

Le (solite) comiche nevrosi che sono la griffe di Valeria Bruni-Tedeschi (qui però esilaranti) si scaricano sul camionista Pio Marmai, manifestante malamente ferito a una gamba dalla polizia. Lei è una intellettuale gauchista che liquida i gilè gialli come lepeniani, lui è infuriato con i borghesi che accusa di aver votato tutti Macron.

Ma i problemi che li assillano in realtà sono altri: lei dà i numeri perché è stata piantata dalla compagna Marina Fois, lui, azzoppato com’è, deve tornare sul camion per non perdere il lavoro. Il vecchio compagno di scuola di Marina Fois, che con due figlie fa il cameriere, è andato in piazza. Lei no, perché ha una casa editrice. Però suo figlio è in mezzo agli scontri.

E’ un confronto sociale e politico tutto al galoppo, spassoso e senza prosopopea, dove l’unica stella fissa è un’infermiera di colore capace di pietà e assistenza per tutti, anche se il suo bebè ha un brutto attacco febbrile che distoglierebbe ogni madre dalla devozione ai malati. Il malessere è su tutti i fronti, anche su quello dei poliziotti, questo dice “La Fracture”. Basta capirsi, basta parlare. Anche se poi chi ha un lavoro e uno status privilegiato non paga i prezzi degli altri.

Fuori concorso c’è il folgorante, applaudito allo spasimo in sala, film di animazione di Ari Folman, l’israeliano inondato di premi per il suo “Un Valzer con Bashir”. Target modificato: quello era un film per adulti, questo andrebbe distribuito in tutte le scuole, e meno male che ci pensa qualcuno, a formare le nuove generazioni, che non sia Disney o Pixar. “Where is Anna Frank ?” è una favola seria. Più che impegnata, politica.

“Il Diario di Anna Frank”, scritto tra il 12 giugno 1942 e il 1° agosto 1944, opera-simbolo dell’abominio della Shoah, è una pietra miliare: 30 milioni di copie vendute, in 70 lingue. Folman fa materializzare Kitty, l’amica immaginaria di Anna, dalle lacrime d’inchiostro del manoscritto esposto nel museo che Amsterdam ha dedicato alla famiglia Frank e al loro rifugio segreto.

Quattro anni fa, Folman e il suo illustratore David Polonsky ne avevano tratto una graphic novel. Nella versione cinematografica, le pagine del Diario, che Kitty, ignorando la fine dell’amica scomparsa con la sorella a Belger-Belsen, nel 1945, trafuga dal museo per ritrovarla, diventa un portale che collega il presente e il passato remoto. I Frank erano emigrati in Olanda per sfuggire alle persecuzioni naziste. Oggi si vedono, caricati a forza sui furgoni della Polizia, gli immigrati dall’Africa e dal Medio Oriente, con i loro bambini.

Braccata per il furto di un cimelio di Stato, Kitty restituirà il prezioso Diario solo a patto che ai nuovi immigrati si dia asilo politico e un posto in cui vivere. “Perché Anna - grida impugnando il megafono - non ha scritto quelle pagine perché il suo nome finisse su scuole, ponti, teatri e monumenti. Le ha scritte come messaggio per tutti i ragazzi: fate il possibile per preservare ogni singola vita”. Era l’insegnamento che le aveva trasmesso suo padre.

Le cifre in coda, appaiate, sono lapidarie: un milione e mezzo di bambini assassinati dai nazisti, 17 milioni di bambini che nel 2020 hanno dovuto fuggire dai loro paesi d’origine. Dedica del film ai genitori del regista, arrivati alle porte di Auschwitz mentre veniva deportata la famiglia Frank.



Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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