Gioco d'azzardo e mafia, sequestrati 10 milioni a imprenditore -2-

Cro/Ska

Roma, 9 gen. (askanews) - Le investigazioni disposte dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Messina ed eseguite dai militari del G.I.C.O. documentavano come, nonostante le diverse assoluzioni, L.V. risultasse figura di rilievo nel panorama mafioso cittadino, in grado, da un lato, di imporre la collocazione delle apparecchiature presso gli esercizi commerciali della zona, dall'altro, garantire agli esercenti accondiscendenti di poter godere della connessa protezione mafiosa del clan.

A tal riguardo, oltre a documentare come la protezione si dispiegasse anche mediante servizi di vigilanza e ronde notturne, si acquisiva come alcuni titolari di sale giochi, destinatari di furti, anziché rivolgersi alle Forze di Polizia per denunciare l'accaduto, dapprima valutassero la possibilità di rivolgersi a consorterie mafiose catanesi, per poi decidere di richiedere l'intervento dell'organizzazione mafiosa riferibile a L.V., autonomamente in grado di assicurare la restituzione delle somme oggetto di furto, nel rispetto dei rapporti di forza tra organizzazioni criminali a competenza territoriale diversa. L'autore del furto, opportunamente redarguito, capiva come avesse sbagliato obiettivo: "...maledetto io, perché gli amici non si toccano ed ora l'ho capito e non lo farò mai più! ...".

Ma il controllo delle dinamiche criminali restituito dalle indagini è risultato ben più ampio. Emblematico, al riguardo, è il caso del violento pestaggio di un avventore di origine cinese, reo di essere stato "fortunato": per sua sventura si trovava a giocare nel momento in cui la macchinetta videopoker, manomessa con appositi software, avrebbe garantito una vincita "non autorizzata" dal gruppo mafioso e da L.V.

In sintesi, emergevano non solo una pluralità indefinita di comportamenti criminali indicativi di un profilo di L.V. Domenico di soggetto socialmente pericoloso, ma anche una significativa disponibilità di risorse finanziarie, anche rese accessibili agli esponenti del clan, in assolvimento del suo ormai accertato ruolo di "cassiere".

Proprio tali qualificazioni consentivano ai Finanzieri, quindi, su delega della Procura della Repubblica di Messina, di avviare mirate investigazioni economico - patrimoniali, tese a quantificare e conseguentemente aggredire l'enorme patrimonio riferibile a L.V., non giustificato dai redditi leciti dichiarati al fisco.

All'esito di tale attività emergeva, altresì, come L.V., evidentemente consapevole della propria caratura criminale e della concreta possibilità di vedersi sequestrare l'intero impero criminale creato, gestisse - di fatto - avvalendosi dell'apporto di fidati prestanome, diverse attività economiche: società di noleggio di apparecchi da gioco, sale giochi, un distributore di carburanti, una rivendita di generi di monopolio.

Analogamente, si documentava come ulteriori investimenti immobiliari risultassero fittiziamente intestati a propri familiari.

In sintesi, le investigazioni complessivamente svolte - abbraccianti un periodo di un trentennio - restituivano una situazione di assoluta assenza di uniformità nel rapporto reddito/patrimonio, consentendo al Tribunale di Messina - Sezione Misure di Prevenzione, di disporre l'odierno provvedimento di sequestro, per un valore complessivo di stima di oltre dieci milioni di euro.

L'attività svolta, in conclusione, testimonia il grande impegno dell'Autorità Giudiziaria e della Guardia di Finanza messinese nel delicato settore del contrasto alle organizzazioni criminali, vieppiù di matrice mafiosa, con conseguente aggressione degli enormi illeciti patrimoni accumulati, ora sottoposti a sequestro, così restituendo alla collettività e all'imprenditoria onesta spazi di legalità.