Giornalista racconta: "La mia lotta con il Covid in ospedale a Bergamo"

Manuela D'Alessandro
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AGI - E' in libreria e acquistabile sulle piattaforme digitali ‘La vita a piccoli passi' (edizioni Sperling & Kupfer) in cui il direttore di radio Number One, Luca Viscardi, racconta il suo 'corpo a corpo' col Covid. “E' arrivato con una violenza incredibile e mi ha costretto a più di trenta giorni  di ricovero, di cui oltre venti steso a letto, senza nemmeno la forza di camminare – scrive nell'introduzione la popolare voce radiofonica – E' strano ripensare oggi a quanto sia stato facile cadere in un abisso che non avevo mai esplorato, sentire le forze abbandonarmi completamente. Non ho la percezione di quanta paura abbia provato, ma ricordo il vuoto che ho sfidato, un percorso lungo e difficile, fatto un passo alla volta, per tornare a quella che sembra una vita normale”.

Quel “vuoto” ora l'ha riempito con un libro che potrebbe essere la storia di tanti colpiti dall'infezione, ma è proprio la sua, quella di un uomo di successo, giovane e sano, a cui all'improvviso si è spenta la musica, quando ancora del virus si sapeva pochissimo. Eppure, in quel silenzio all'ospedale Papa Giovanni di Bergamo ha trovato anche purissima vita, compresa quella passata da riassaporare con una nuova 'colonna sonora'.

La "Pearl Harbor" in ospedale

Nel corridoio, scrive Viscardi,"ci sono decine di altre barelle, le persone sono ovunque ci sia uno spazio sufficiente per parcheggiarle. Continuano ad arrivare pazienti, sono tutti spaesati, la maggior parte di loro appena varca la soglia riceve la somministrazione di ossigeno. Qualcuno è sulla sedia a rotelle perché non ci sono più lettini, quelli che sono in condizioni migliori vengono invitati a stare seduti nelle aree di attesa. Non sono mai stato in uno scenario di guerra, ma immagino che gli ospedali siano organizzati così. Questo mezzogiorno di lunedì 9 marzo per me resterà nella memoria come la versione moderna di Pear Harbor".  

Il casco da astronauta

Dopo una prima applicazione del casco per respirare meglio, Viscardi ha una crisi e “con un moto di rabbia” se lo strappa.  “Quando arriva mercoledì, il mio medico preferito, Mauro, torna nella stanza e mi dice in modo piuttosto netto che il casco malefico è la mia ultima spiaggia per evitare  una gita turistica in terapia intensiva. Non è stato difficile scegliere quale opzione fosse preferibile, per cui dopo qualche minuto ricomincia l'installazione della C-pap. Sono di nuovo nel mio mondo di plastica, ma questa volta ho la percezione che il beneficio di respirare sia così grande da poter accettare ogni compromesso. La luce è ancora spenta. Dicono che è solo un'influenza ma è più forte di me”.

Gli angeli

“Non ricordo un solo momento in cui non mi sia sentito, accudito, anche spronato a superare i momenti più difficili da questi angeli custodi. (…) Con il passare dei giorni scopro le storie di chi ci assiste, nasce un rapporto curioso, che è fatto di racconti e dettagli sulle rispettive vite. Ormai so i nomi dei figli di alcune infermiere, mentre loro anticipano le mie richieste sul cibo portando sempre il piatto giusto o sostituendo la portata senza bisogno che io lo chieda”.

I giocatori dell'Atalanta

"Gli amici sanno davvero emozionarmi, dando prova di una sensibilità che tenevano ben nascosta. Nel weekend del mio risveglio arriva una sorpresa inattesa con la forma di un semplice link: è un messaggio via whatsApp con il collegamento a una cartella nel cloud, Clicco sull'indirizzo internet e scopro che i miei amici Vittorio e Savino hanno raccolto i videomessaggi di alcuni sportivi di cui sono tifosissimo, i giocatori della mia squadra del cuore, l'Atalanta: hanno preso decine di  contributi video e hanno creato un cortometraggio dedicato a me, per darmi lo stimolo a reagire, per dare un calcio alla malattia e tornare alla vita”.

Il nuovo protocollo sperimentale

"In questi giorni mi sento investito da una nuova energia, non riesco a capire da dive arrivi tutta quella voglia di ricominciare, sarei curioso di capire cos'è successo per cui sembra che tutto sia cambiato anche solo rispetto a una settimana fa. Lo scopro dopo poco tempo quando mia moglie mi svela al telefono che qualche giorno prima un dottore le aveva comunicato che avrebbero sperimentato su di me un nuovo protocollo, usando i farmaci per l'artrite reumatoide. In quel momento non davo segni di ripresa, le mie condizioni peggioravano e le prime terapie erano risultate totalmente inefficaci; molto probabilmente è stato proprio quel farmaco a frenare la mia discesa e propiziare la ripresa”.