Giornata internazionale del mar Mediterraneo: la blockchain per difendere gli stock ittici

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Dopo che quest’anno il documentario Seaspiracy ha fatto luce sull’insostenibilità della pesca, i consumatori si sono fatti sempre più attenti alla provenienza del pesce che consumano. Secondo i dati della FAO, oltre un terzo delle specie di pesce viene pescato più dei limiti consentiti, e inoltre abbondano le frodi di specie spacciate per altre, e scoperte tramite analisi a campione del DNA. La situazione non è diversa da noi. L’Italia è il secondo maggior produttore di pesca nell’area del Mediterraneo, con volumi intorno alle 300mila tonnellate e un valore di più di 700 milioni di euro. Ma gli stock ittici sono sovrasfruttati, e ad alto rischio di collasso. Per prevenire frodi, controllare che la pesca avvenga in aree e per specie sostenibili, certificare tutta la catena di approvvigionamento “dalla rete alla tavola” un’etichetta non è sufficiente. E anche i controlli delle autorità competenti non riescono a compiere con continuità il monitoraggio necessario in un ambito così ampio. Ancora una volta si cerca una risposta da soluzioni hi-tech, con la blockchain in prima linea.

Il consorzio Surefish, vincitore nel 2020 del bando europeo PRIMA da un milione e mezzo di euro, è costituito da 13 partner di entrambe le sponde del Mar Mediterraneo tra cui Egitto, Italia, Libano, Spagna e Tunisia e lavora in maniera sinergica con tecnologie e competenze su ICT, blockchain, etichettatura e imballaggi intelligenti, metodi analitici e sensoriali innovativi per la tracciabilità e la valutazione della pesca. L’obiettivo è da un lato il controllo a monte sulla filiera, dall’altro fornire ai consumatori garanzie e quindi maggior fiducia rispetto al pesce del Mediterraneo. A livello internazionale, già da alcuni anni grandi compagnie come Austral Fisheries hanno deciso di adottare la blockchain per certificare la loro filiera. Il pesce appena pescato viene privato di testa e coda, e poi munito di un’etichetta digitale certificata tramite blockchain che lo seguirà in tutto il suo percorso, aggiornandosi fase dopo fase attraverso una piattaforma ideata e gestita da OpenSC, di cui è cofondatore il WWF. Lo stesso fa la piattaforma britannica Provenance, che ha lanciato già nel 2016 un progetto pilota per tracciare il tonno pinne gialle, così come il WWF in Nuova Zelanda per certificare la pesca a canna del tonno nelle Fiji. Ma si può usare anche per pesci piccoli: la Sustainable Shrimp Partnership in Ecuador traccia via blockchain, appoggiandosi alla piattaforma IBM Food Trust, i gamberi d’allevamento da filiera sostenibile sia come rispetto dell’ambiente che dei diritti dei lavoratori.

Sono tutti passi in più rispetto alla certificazione corrente, la MSC (Marine Stewardship Council) che in un report della ong francese Bloom del 2020 è emersa come inadeguata per la protezione delle popolazioni da pratiche di pesca invasive come le reti a strascico e l’uso di maglie troppo fine che intrappolano anche gli esemplari troppo giovani. Ma sono anche passi difficili da applicare su larga scala, e che probabilmente prenderanno piede in tempi brevi soprattutto per i prodotti di gamma alta, per i quali i consumatori sono disposti a pagare il costo aggiuntivo della certificazione. La FAO però è ottimista, e ha pubblicato di recente un report sull’applicazione della blockchain per la certificazione della filiera del pescato. Gli autori dello studio scommettono sulla coscienza dei consumatori e sulle aziende virtuose che decidono di applicare volontariamente sistemi più trasparenti di tracciamento del loro prodotto.

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