Giovanni Brusca, in video intervista chiede scusa a famiglie delle vittime

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L'arresto di Giovanni Brusca, 20 maggio 1996 (Photo by: Marka/Universal Images Group via Getty Images)
L'arresto di Giovanni Brusca, 20 maggio 1996 (Photo by: Marka/Universal Images Group via Getty Images)

"Ho riflettuto e ho deciso di rilasciare questa intervista: non so dove mi porta, cosa succederà, spero solo di essere capito. Ho deciso (di farlo) per fare i conti con me stesso, perché è arrivato il momento di metterci la faccia, anche se non posso per motivi di sicurezza, ma è nello spirito e nell'anima che è nata l'intenzione di farlo. Di poter chiedere scusa, perdono, a tutti i familiari delle vittime, a cui ho creato tanto dolore e tanto dispiacere".

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Lo dice il mafioso stragista pentito Giovanni Brusca in un'intervista rilasciata 5 anni fa a Zek e Arte France, pubblicata con un video inedito dal sito del Corriere della Sera e dalla Stampa.

Il pentito, autoaccusatosi di aver premuto il telecomando che fece esplodere il tritolo provocando la strage di Capaci, già in altre occasioni chiese perdono ai familiari delle vittime e allo Stato. L'ultima volta nel febbraio 2019 deponendo al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio a Palermo disse: "Chiedo perdono a tutte le vittime di mafia". 

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"Ho cercato (in questi anni da collaboratore di giustizia) - dice Brusca nell'intervista video - di dare il mio contributo, il più possibile, e dare un minimo di spiegazione ai tanti che cercano verità e giustizia. E chiedo scusa principalmente a mio figlio e a mia moglie, che per causa mia hanno sofferto e stanno pagando anche indirettamente quelle che sono state le mie scelte di vita: prima da mafioso, poi da collaboratore di giustizia, perché purtroppo nel nostro Paese chi collabora con la giustizia viene sempre denigrato, viene sempre disprezzato, quando invece credo che sia una scelta di vita importantissima, morale, giudiziaria ma soprattutto umana. Perché consente di mettere fine a questo, Cosa nostra, che io chiamo una catena di morte, una fabbrica di morte, né più né meno. Un'agonia continua".