"Giudicare una democrazia dall'esterno è antidemocratico". Il paradosso di Xi

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Chinese President Xi Jinping raises his glass after a speech by Premier Li Keqiang at a reception at the Great Hall of the People in Beijing on the eve of China's National Day on September 30, 2021. (Photo by GREG BAKER / AFP) (Photo by GREG BAKER/AFP via Getty Images) (Photo: GREG BAKER via Getty Images)
Chinese President Xi Jinping raises his glass after a speech by Premier Li Keqiang at a reception at the Great Hall of the People in Beijing on the eve of China's National Day on September 30, 2021. (Photo by GREG BAKER / AFP) (Photo by GREG BAKER/AFP via Getty Images) (Photo: GREG BAKER via Getty Images)

Giudicare una democrazia dall’esterno, secondo parametri rigidi e non flessibili, non è democratico. Lo si potrebbe chiamare “il paradosso di Xi”, ma sintetizza egregiamente il pensiero del potentissimo presidente cinese sul tema più divisivo e controverso tra tutti quelli che l’Occidente assegna criticamente alla Cina neo-comunista di questi ultimi anni. Sarà perché parlare di democrazia in Cina sembra- a noi occidentali – come parlare di corda in casa dell’impiccato, che Xi Jinping ha voluto accentrare proprio attorno a questo tema il suo ultimo discorso ufficiale, tenuto a una importante riunione del Partito, di fronte ai massimi dirigenti del PCC. Lanciato ormai verso il terzo mandato che, con ogni probabilità, gli verrà confermato come capo del partito al congresso del prossimo autunno, Xi è tornato ad insistere sulla sua concezione di democrazia “con caratteristiche cinesi” nel corso della conferenza centrale sul lavoro e sulle assemblee popolari, alla presenza dell’intero comitato centrale del partito comunista. “Se un paese è democratico o meno, lo dovrebbe dire solo il popolo di quel paese, e non c’è posto per un piccolo numero di estranei che puntano il dito contro questo o quello”, ha detto Xi, che ha poi concluso con il suo “paradosso”: “è “antidemocratico” giudicare tutti i sistemi democratici secondo un unico standard”. Una posizione già espressa all’ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite, quando Xi aveva invitato il mondo ad “accogliere diversi percorsi di modernizzazione”.

Frecciatine nemmeno tanto velate, quelle di Xi, rivolte all’ormai sistemico rivale, gli Stati Uniti di Joe Biden. Per questo il suo discorso è stato visto dagli analisti internazionali come l’ultimo tentativo di difendere il sistema del Partito Comunista in mezzo alla crescente pressione degli Stati Uniti e dell’Occidente su diritti e valori, di fronte all’intensificarsi delle preoccupazioni per i diritti umani e la soppressione del dissenso in Cina.Una pressione che però non sembra aver minimamente sfiorato, né tantomeno impensierito Xi, il quale ha definito l’attuale sistema politico cinese una “grande creazione” e “la chiave del successo globale” della Cina. Secondo Xi, una democrazia non è fatta di “proclami altisonanti prima delle elezioni, e poi silenzio per il popolo dopo: se gli si danno canzoni e danze durante la campagna ma non ha voce in capitolo dopo le elezioni, quella democrazia non è una vera democrazia”, perché, ha insistito il leader cinese, “nel giudicare se il sistema politico di un paese è democratico o efficace, [dovremmo] esaminare se c’è una successione ordinata e legale della sua leadership, se il suo popolo può gestire gli affari di stato, le questioni sociali, economiche e culturali in conformità con la legge, e se il suo popolo può esprimere efficacemente i propri interessi e le proprie richieste […] e se ci sono controlli ed equilibri efficaci sul potere”.

Le sue osservazioni fanno eco ai precedenti tentativi di diplomatici cinesi, tra tutti quelli portati avanti dall’ambasciatore negli Stati Uniti, Qin Gang, di sfidare la narrativa emergente che riassume il rapporto USA-Cina come “democrazia contro autoritarismo”. In un recente discorso al Carter Centre e alla George HW Bush Foundation for US-China Relations, Qin ha sostenuto che la Cina è una “democrazia dell’intero processo”, ovvero una nazione in cui “tutto il potere appartiene al popolo”, e dove gli interessi del popolo sono rappresentati a tutti i livelli del sistema. Xi aveva precedentemente usato l’espressione “democrazia dell’intero processo” nel suo discorso del 1 ° luglio per celebrare il centenario del Partito Comunista. E per cercare di dimostrare che la Cina è una vera democrazia, l’ambasciatore aveva anche citato il concetto di governo di Abramo Lincoln, “del popolo, dal popolo, per il popolo” e la convinzione di Platone sull’importanza di uno stato che educa i suoi cittadini.

Insomma, a sentire Xi Jinping e i suoi, quello monopartitico cinese sarebbe non solo il miglior sistema di governo possibile, ma anche un modello di democrazia (seppure, lui stesso lo ammette, “con caratteristiche cinesi”) che garantirebbe al popolo la possibilità di esprimere i propri interessi e necessità. Ma sempre sotto il controllo - sempre più pervasivo - del Partito, il cui compito, e sono sempre parole di Xi, è quello di “garantire prima di ogni cosa la stabilità”, perché “la storia e la realtà hanno dimostrato che un paese è stabile se il suo sistema è stabile e un paese è forte se il suo sistema è forte”, dice Xi. Questioni strettamente legate alla visione economico-sociale portata avanti da tempo, con fermezza assoluta e ignorando qualsiasi dissenso interno (peraltro ben poco presente, va detto) dal presidente cinese. Una visione riassunta da un vasto articolo apparso – non a caso – proprio ieri sul periodico Qiushi (letteralmente “Alla ricerca della verità”), bimestrale di teoria politica edito dal Comitato centrale del Partito Comunista, che ha pubblicato la trascrizione integrale del discorso pronunciato da Xi a una riunione del Comitato centrale per gli affari finanziari ed economici del partito lo scorso 17 agosto, sulla “prosperità comune” - ovvero la ricchezza materiale e culturale condivisa da tutti, piuttosto che da pochi. Un obiettivo che si può raggiungere – Xi né è certo - “entro la metà di questo secolo”, insieme a quello del completamento del ringiovanimento nazionale.

L’articolo su Qiushi propone una serie di affermazioni che sono da sempre cavalli di battaglia dello Xi-pensiero. “Solo promuovendo la prosperità comune, aumentando il reddito dei residenti urbani e rurali e migliorando il capitale umano possiamo aumentare la produttività complessiva e consolidare le basi per uno sviluppo di alta qualità”, si legge. Xi afferma anche che il Paese dovrebbe, passo dopo passo, mirare a costruire un modello di distribuzione della ricchezza “a forma di oliva”, ovvero un modello in cui la maggior parte della società appartiene alla classe media. Pechino è impegnato nell’ampliare i ranghi di questo gruppo sociale, migliorando la vita delle persone all’estremità inferiore dello spettro del reddito attraverso l’istruzione, la formazione professionale e la migrazione nelle aree urbane, per consentirle, appunto, di entrare a far parte della classe media cinese. Nel suo discorso, poi, Xi ha aggiunto che dovrebbero essere aumentati anche gli stipendi dei dipendenti pubblici di base e dei lavoratori delle imprese statali e che, nel frattempo, il governo rafforzerà le normative sui ricchi riformando il sistema fiscale, limitando il “reddito irragionevole” e reprimendo i guadagni illeciti. La Cina “in pratica raggiungerà la prosperità comune verso la metà del secolo”, quando il divario di reddito e consumo si restringerà a un “intervallo ragionevole” sostiene il presidente cinese, evitando la “trappola dell’assistenzialismo” per sostenere i pigri, e pur riconoscendo “il significativo divario nel livello di sviluppo tra Cina e Paesi sviluppati”.

Del resto, è sotto gli occhi di tutti come gli standard di vita in Cina siano enormemente aumentati negli ultimi quattro decenni di rapida crescita economica, ma come di pari passo anche il divario di ricchezza si sia ampliato. Secondo le statistiche ufficiali, nel 2019 il coefficiente di Gini cinese (una misura per calcolare la disuguaglianza di reddito che è compresa tra 0 e 1: maggiore è il valore, maggiore è la disuguaglianza,) si attestava a 0,465. Un livello di 0,4 è generalmente considerato come una linea rossa per la disuguaglianza, ma il divario di ricchezza della Cina è in realtà vicino a quello degli Stati Uniti, che nel 2020 hanno registrato un indice di Gini pari allo 0,48, molto più alto del Giappone o della Corea del Sud.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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