Giuliano Urbani: "Sul Quirinale Berlusconi apra gli occhi, non ci sono le condizioni"

·4 minuto per la lettura
Italian Culture Minister Giuliano Urbani, right, looks at Premier Silvio Berlusconi answer journalists questions during a press conference after metting with the CONI Italian Olympic Committee executives, at Rome's Palazzo Chigi, Friday, Sept. 3, 2004. Premier Berlusconi also answered questions on the evolving hostage crisis in southern Russia. (AP Photo/Pier Paolo Cito) (Photo: via Associated Press)
Italian Culture Minister Giuliano Urbani, right, looks at Premier Silvio Berlusconi answer journalists questions during a press conference after metting with the CONI Italian Olympic Committee executives, at Rome's Palazzo Chigi, Friday, Sept. 3, 2004. Premier Berlusconi also answered questions on the evolving hostage crisis in southern Russia. (AP Photo/Pier Paolo Cito) (Photo: via Associated Press)

“A Berlusconi sconsiglio di andare avanti con la sua autocandidatura al Quirinale. I primi tentennamenti e distinguo che vedo in quella che dovrebbe essere la sua base naturale di centrodestra, e parlo dei suoi alleati, dovrebbero fargli aprire gli occhi. Oggi non ci sono le condizioni affinché possa prendere i voti per il Colle. Sarebbe meglio allora da parte sua fare un discorso molto franco agli italiani, dire che lui avrebbe voluto ma che non ha trovato entusiasmo da parte di chi è nella coalizione di centrodestra, spiegare che la sua candidatura sarebbe stata una proposta utile per il paese ma che come sempre questo è ancora un paese troppo poco liberale”.

Giuliano Urbani, classe 1937, forzista dal ’94, è stato ministro della Cultura nel governo Berlusconi del 2001, oltre che parlamentare e consigliere di amministrazione della Rai. Politologo, docente all’università Alfieri e alla Bocconi, coordinatore scientifico del Centro Einaudi, ha fatto parte del “gruppo dei professori” - con Colletti, Melograni, Martino, Marzano, poi Tremonti, Pera - che ha provato a innestare in Forza Italia una impronta liberale e moderata. Conosce Berlusconi da parecchi e anni e dalla chiacchierata fatta al telefono si percepisce tutto il suo dispiacere per come la candidatura del Cav stia andando avanti. O meglio, come non stia andando avanti. “Berlusconi dovrebbe capire che non può pretendere un ruolo che non può avere, lui è un politico divisivo, mi dispiacerebbe che la sua parabola finisse con uno smacco nelle urne per il Colle”

Professore, Berlusconi però negli anni ha dimostrato di essere in grado di fare un passo indietro per il bene del paese quando ha capito di non essere più nelle condizioni di andare avanti. Mi riferisco al 2011, quando si dimise da premier dopo la tremenda estate dello spread a 700, per poi sostenere in parlamento il governo Monti. Perché oggi non riesce a rendersi conto che servirebbe un suo beau geste per sbloccare la partita del Quirinale?

Sostanzialmente per due ragioni. La prima è di carattere squisitamente caratteriale. L’uomo, si sa, è di un’ambizione smodata, tiene molto alla sua immagine nazionale e internazionale e non gli par vero che dopo anni di silenzio ora in Europa si torni a parlare del suo destino intrecciato a quello dell’Italia.

E la seconda?

La seconda è più tattico-politica. Lui vede che oggi non ci sono grandi leader in campo che potrebbero contrastarlo nella sua corsa, a parte Draghi ovviamente. Quindi se non ci sono giganti, ha gioco facile a dire: “Eccomi, il gigante sono io”. Proprio per questo ha ripreso a filare con il Partito popolare europeo. Vedo che sta puntando molto sull’appoggio europeo. Capisco il gioco, ma penso che questo appoggio sia un po’ freddino, di circostanza più che reale.

I suoi consiglieri e amici storici, penso a Gianni Letta o Fedele Confalonieri, non potrebbero spingerlo a un ripensamento?

Avranno anche provato a spiegargli che la corsa al Quirinale è molto rischiosa e ha una bassa probabilità di riuscita ma sanno benissimo che alla fine l’ex premier decide da solo. Ascolta tutti ma decide lui. Del resto tante volte in passato è successa la stessa dinamica: chi gli è vicino gli sconsiglia una determinata mossa, lui ci pensa ma poi sceglie di fare il contrario e i consiglieri poi s’accodano senza batter ciglio. I suoi amici sono degli eccellenti yes man, niente di più. Quello che ha carisma è solo lui, fra lui e gli altri non c’è proprio confronto, il match finirebbe 6-0 6-0.

Una dinamica che conosce bene.

L’ho sperimentata in prima persona e infatti a un certo punto ho preferito andarmene più che rimanere e vedere le mie idee sconfessate.

Passiamo a chi dovrebbe sostenere la candidatura di Berlusconi, mi riferisco soprattutto al suo partito. Siamo sicuri che dentro Forza Italia siano tutti convinti a votarlo? Per un liberale moderato Draghi non sarebbe la soluzione ideale?

Secondo me i liberali pensanti dentro Forza Italia non sono entusiasti di una soluzione Draghi per il Quirinale. Si rendono perfettamente conto che è meglio tenerlo lì dov’è, a Palazzo Chigi, per il bene del paese. Draghi è fondamentale per le riforme e per i rapporti con l’Europa, e in Europa conti se sei premier non tanto se sei Presidente della Repubblica.

Allora togliamo Draghi, dopo aver tolto Berlusconi. Chi ci resta per il Quirinale?

Domanda da un milione di dollari. Vedrei bene un profilo simil-Mattarella. Mi permetto di fare il nome di Paolo Gentiloni. Si tratta di una persona perbene, non è un liberale nel senso stretto del termine ma è sicuramente un uomo di grande cultura moderata liberale. Certo, per me andrebbe meglio Marcello Pera ma lui non riuscirebbe mai ad avere i voti. Invece Gentiloni qualche chance potrebbe averla.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli