Giulio Andreotti e i segreti dell’uomo che ha seguito la Repubblica italiana dalle sue origini

Fabrizio Arnhold

Giulio Andreotti è morto alle 12.25 del 6 maggio nella sua abitazione di Roma. Aveva 94 anni. Era stato ricovertao il 3 maggio dello scorso anno per una crisi respiratoria: dimesso dopo poco, da allora non si era più ripreso.

Nominato senatore a vita nel 1991 dal Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, ultimamente, anche a causa delle sue condizioni di salute, non ha più preso parte a molte votazioni in Senato. Dall’inizio dell’ultima legislatura (maggio 2008) è stato presente soltanto a 284 votazioni su 5mila e 935, secondo i dati pubblicati da L’Espresso. Personaggio controverso e discusso, una carriera politica formidabile: sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque titolare della Farnesina, due volte delle Finanze, del Bilancio, dell’Industria, una volta al comando del Tesoro e una ministro dell’Interno. Sempre in Parlamento dal 1945 ad oggi, ma mai segretario della Democrazia Cristiana.

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Giulio Andreotti si laurea in Giurisprudenza nel 1941, specializzandosi in diritto canonico, è presidente della FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana) già a ventidue anni. Entra per la prima volta a Montecitorio nel 1948, eletto deputato tra la fila della Dc: sarà rieletto anche nelle successive legislature. Dopo la liberazione di Roma nel giugno del 1944 diventa delegato nazionale dei gruppi giovanili della Democrazia Cristiana, nel 1945 entra anche a far parte della Consulta nazionale. Deputato all’Assemblea Costituente nel 1946 è stato confermato in tutte le successive elezioni della Camera dei Deputati nella circoscrizione di Roma-Latina-Viterbo-Frosinone, dove è stato eletto per la dodicesima volta nel 1987.

L’inizio della sua attività di governo è datata 1947 quando a 28 anni diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel quarto governo De Gasperi. Ricopre tale carica dal quarto all’ottavo governo De Gasperi, tra il ’47 e il ’53, fino al 1954. Presidente dei deputati della Dc dal dicembre del 1968 al febbraio del 1972, Giulio Andreotti ha presieduto per tutta l’ottava legislatura la Commissione Affari Esteri della Camera. La sua prima volta da presidente del Consiglio nel 1972, il governo più breve della storia repubblicana con solo 9 giorni di durata. Ma l’incarico gli viene affidato di nuovo nel luglio del 1976 nella stagione del compromesso storico tra Dc e Pci. Tra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. L’occasione si presenta con il governo di solidarietà nazionale che nel 1978 Andreotti decide di formare e che prevede anche il voto dei comunisti, i quali però non avrebbero avuto incarichi di governo.

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L’Italia viene scossa, nel frattempo, dal rapimento di Aldo Moro, per mano delle Brigate rosse, il 16 marzo 1978, proprio il giorno della nascita del nuovo esecutivo. La tensione nel Paese cresce ma il governo non cede alle richieste dei brigatisti. Andreotti sposa la linea dura contro le Br, insieme a Pci e Repubblicani. Aldo Moro è trovato morto il 9 maggio 1978, in una Renault 4, parcheggiata in via Caetani, nel centro di Roma, a metà strada tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, le sedi rispettivamente del Pci e Dc. Il rapimento e l’uccisione di Moro avranno effetti politici destabilizzanti: il governo di solidarietà nazionale dura poco, fino al giugno del 1979. Berlinguer torna all’opposizione e addio compromesso storico.



Intanto Arnaldo Forlani diventa presidente del Consiglio e Andreotti non partecipa all’esecutivo; tornerà in prima linea nel 1983, quando diventa ministro degli Esteri del governo Craxi. A metà degli anni ’90 viene processato da due procure: quella di Perugia e quella di Palermo. I magistrati umbri lo accusano di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il direttore dell’Op, ucciso il 20 marzo 1979 e che avrebbe ricattato Andreotti per presunte verità contenute nel memoriale scritto da Aldo Moro durante la prigionia. L’11 aprile 1996 inizia il processo: dopo 169 udienze, il 24 settembre 1999 la sentenza che lo assolve “per non aver commesso il fatto”.

L’altra grave accusa mossa a Giulio Andreotti è quella che ha gettato più di un’ombra sulla sua figura. Il 23 marzo del 1993 al Senato giunge la richiesta di autorizzazione a procedere per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i magistrati Andreotti avrebbe favorito la mafia nel controllo degli appalti in Sicilia attraverso la mediazione di Salvo Lima. Ormai celebre il bacio a Totà Riina, raccontato da alcuni pentiti, tra cui Balduccio Di Maggio. Il processo del secolo inizia il 26 settembre del 1995, i Pm chiedono 15 anni di reclusione. Il dibattimento di primo grado si chiude il 23 ottobre 1999: Giulio Andreotti viene assolto perché “il fatto non sussiste”, ma la Procura di Palermo ricorre in appello. E il 30 ottobre del 2003 Andreotti è stato assolto della Cassazione in via definitiva dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Mentre il 28 dicembre del 2004 la Cassazione conferma anche la sentenza di assoluzione nel processo per mafia. Ma distinguendo il giudizio per i fatti fino al 1980 e quelli successivi: la Corte ha stabilito che Andreotti aveva “commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere, concretamente ravvisabile fino al 1980”, ma il reato è “estinto per prescrizione”. Per i fatti successivi alla primavera del 1980 è stato, invece, assolto.

Tre anni fa, in occasione del suo novantesimo compleanno, in un’intervista a La Repubblica, il senatore a vita disse: “Ho qualche segreto di Stato e lo porterò con me in paradiso”.