Giuseppe Conte, amico diccì

Pietro Salvatori
Ansa

“No, Conte non è l’erede della Democrazia Cristiana”. Quando Ciriaco De Mita entra nel teatro Gesualdo di Avellino è come se il tempo si contraesse in una bolla e tutto si fermasse per un istante. Giuseppe Conte siede già in prima fila, l’ex presidente della Dc guadagna lentamente la sua posizione. Alla sua sinistra i sindaci d’Irpinia scattano all’unisono in piedi. Trenta fasce tricolori che con mezzo inchino omaggiano un pezzo di storia d’Italia. Ci sono tre o quattro porpore, uno di loro azzarda il baciamano. Nel mondo alla rovescia compare Vincenzo De Luca. Il presidentissimo va al bar a prendere il caffè. Una signora lo incrocia: “Non lo seguire, non ti fidare di quello, ha fatto danni, vieni che di là c’è Conte”. La diffidenza è reciproca. Il governatore sorseggia il caffè da una tazzina bollente. Alla domanda sull’alleanza tra Pd e M5s se la porta alla bocca. “Vedo pulsioni da ambo le parti per abbracciarsi. Ecco, io quelle pulsioni non le sento”. Immaginate la scena con il formidabile andamento deluchiano del discorso, e avrete il quadro preciso.
Conte viene accolto da Gianfranco Rotondi. È una lectio magistralis quella a cui è atteso, invitato dalla fondazione Fiorentino Sullo - storico esponente irpino della Balena Bianca - custode del simbolo della Dc e di cui l’ex ministro berlusconiano è presidente. Conte è seduto tra De Luca e Carlo Sibilia, uomo forte di Avellino per i pentastellati, insieme a Michele Gubitosa, qualche sedia più in là. E già la coppia di alfieri sarebbe strana, se la prima fila non fosse completata da Nicola Mancino e Gerardo Bianco. Tutto quel che rimane del democristianismo, quello vero, è in questo teatro di provincia, stretto attorno al premier. “Mi descrivete ora grillino, ora democristiano - dice il premier con il sorriso appena più tirato del solito - ma io sempre lo stesso sono, le mie idee sono sempre quelle, le conoscete”.
Quando prende la parola Bianco gli ricorda, quasi...

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