Giuseppe Conte ripudia il fine processo mai

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Giuseppe Conte (Photo: Ansa)
Giuseppe Conte (Photo: Ansa)

È una difesa del compromesso raggiunto quella che fa Giuseppe Conte
nel corso dell’assemblea congiunta dei parlamentari del Movimento 5
stelle alla vigilia del voto sulla riforma della giustizia. È anche
una forzatura per ottenere il via libera senza defezioni, nel
sostenere che “noi stiamo approvando la riforma Bonafede, Cartabia ha
fatto solo alcune modifiche ma per i tre quarti l’impianto normativo è
quello del Movimento 5 stelle”. Ma è soprattutto un cambio di rotta
rispetto al tradizionale approccio manicheo del M5s su questo tema:
“Vi invito ad abbracciare un nuovo corso - l’appello del nuovo capo
politico - alcune uscite del passato ci fanno male”, dobbiamo cambiare
modo di parlare. Conte fa quasi una lezione dall’alto della sua
cattedra di diritto quando spiega con pazienza che l’intransigenza può
essere sì un valore, “ma è sbagliato schiacciare il cittadino con un
processo infinito, bisogna tutelare la persona e su questo dobbiamo
cambiare, smetterla con la visione che un processo non debba mai
finire”.

È duro l’ex premier nel mettere sulla bilancia pro e contro, cerca di
indorare la pillola ma non fa sconti su un atteggiamento dei suoi che
sembra ritenga non tenere conto della complessità della materia e
della maggioranza nella quale la mediazione è maturata: “Siamo ancora
in un contesto di difficoltà del Movimento”, spiega Conte riferendosi
alla necessità della nuova leadership di consolidarsi e prendere in
mano le redini, conscio che gli attivisti saranno chiamati a votarla
tra domani e dopodomani, proprio quando alla Camera si voterà la
fiducia sul provvedimento: “Siamo usciti da una situazione difficile,
questo non è un compromesso al ribasso, anche se abbiamo ottenuto
tanto ma non tutto”.

Il gruppo ondeggia e mugugna, alcuni lamentano l’assenza dei reati
ambientali in quelli per i quali si è ottenuta la deroga, più in
generale lamentano problemi a votare la legge così com’è. Sono almeno
una trentina i più combattuti, quelli per i quali le parole di Conte
non spianano la strada a un voto convinto. È durissima la deputata
Antonella Papiro: “Sono in difficoltà. Ci sono stati miglioramenti ma
questo testo resta un abominio”. C’erano dei punti su cui non potevamo
transigere. Il passaggio è stato durissimo”, risponde l’ex premier,
che tuttavia si aspetta fedeltà: “La sintesi va sostenuta da tutti”,
martella, assicura che sono false le ricostruzioni secondo le quali
avrebbe voluto far cadere il governo, stronca gli eccessi da
democrazia sul web.

Già, perché in risposta a chi chiedeva un passaggio della rete che
vidimasse l’intesa Conte risponde senza mezzi termini: “Non possiamo
passare sempre dal web per ogni provvedimento, abbiamo migliorato
molto la riforma e non abbiamo violentato nostri principi”. Danilo
Toninelli si sente chiamato in causa: “Do per scontato che il voto
sarebbe favorevole e quindi ricompatterebbe il gruppo che, come sai
Giuseppe, scricchiola. Prendo atto che è stato deciso diversamente ma
incrocio le dita che questo non porti qualcuno a non votarlo…”.

I malumori si affastellano, una prima defezione c’è stata in Aula sul
voto alle pregiudiziali di costituzionalità, Alessandro Melicchio ha
votato contro. Aleggia l’idea di dure sanzioni per chi farà lo stesso
nel voto di fiducia, ma l’avvocato pugliese tira dritto, e bacchetta i
41 assenti oggi all’inizio dei lavori a Montecitorio: “Oggi c’è stato
un episodio che non mi è piaciuto. È vero che era domenica, che la
nostra presenza non era fondamentale, ma noi la nostra forza la
dimostriamo con la compatetzza. Chi vuole bene al M5s partecipa alle
votazioni ed ai processi decisori compattamente, esprimendo la nostra
linea”.

C’è il bastone e c’è la carota, quanto abbiano sortito effetti
nell’area malpancista è tutto da vedere. Si sta ancora valutando
l’opzione di far intervenire in sede di dichiarazione di voto Alfonso
Bonafede. L’ex Guardasigilli è stato lungamente critico, si è
intestato la guida della protesta, e ha accettato l’accordo un po’ per
convinzione, un po’ per disciplina di partito. Una mossa per
convincere anche i più riottosi, lui ci sta pensando. Dopotutto si
troverebbe a difendere le ragioni del perché il sì allo smantellamento
della sua riforma.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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