Giuseppe Conte si guadagna un po' d'ossigeno. Ma solo fino all'autunno

The Italian Prime Minister Giuseppe Conte with mask to protect himself from the Coronavirus emergency (Covid-19) while leaving the Senate after the final discussion on the vote of individual distrust the Minister of Justice, Alfonso Bonafede. Rome (Italy), May 20th, 2020 (Photo by Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images) (Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)

Dal “questo lo posso dire?” candidamente sussurrato all’orecchio di Luigi Di Maio due anni fa al negoziato con cui ha imposto all’Europa gli eurobond. Di Giuseppe Conte si possono dire molte cose, tante delle quali suonano come bocciature o critiche, ma non che il piano Next generation Ue con cui l’Europa destinerà all’Italia 172 miliardi di euro non sia frutto di una tenacia e un’abilità che rappresentano forse il successo più grande dei suoi ventiquattro mesi a Palazzo Chigi. Stamattina il presidente del Consiglio ha preso il telefono in mano e ha voluto chiamare Ursula von der Leyen. All’indomani dell’annuncio del Recovery fund ha voluto esprimere il suo apprezzamento per la scelta della Commissione, che ha definito come pienamente “europeista”. Alla presidente ha auspicato un iter più veloce e snello possibile del negoziato, pur consapevole dei paletti messi sulla strada da alcuni partner europei.

A Palazzo Chigi non è passato inosservato il silenzio della Lega, spiazzata dal successo della linea italiana. Pur con tutti i se e i ma Massimo Garavaglia, già viceministro all’Economia, ha dovuto ammettere che l’aiuto ”è ben accetto”, e Matteo Salvini non ha potuto far altro che martellare sulla tempistica dell’arrivo dei soldi, senza aver nulla da dire sulla sostanza dell’accordo.

La negoziazione sarà lunga e laboriosa, un elemento che secondo fonti di governo più che far vacillare contribuirà a puntellare il governo. Perché in fondo è sempre di questo che si parla, di un Conte che dall’inizio della Fase 2 ha inaugurato la sua personale parabola discendente, con l’ombra di una nuova maggioranza più che delle urne a incombere constantemente sul suo lavoro. “Ma Next generation Ue è un suo successo straordinario, che gli conferisce una rinnovata credibilità - spiega una fonte di governo - E sarebbe suicida aprire una crisi, che ha i suoi tempi lunghi, e formare un nuovo governo nel pieno del negoziato”. Lo sguardo non è a giugno. Conte non ha mai dato peso né creduto alle voci che volevano Matteo Renzi pronto a farlo ruzzolare giù prima dell’estate. La sua preoccupazione è più che altro rivolta a settembre, quando gli effetti della crisi attraverseranno come un vento torrido il paese e l’autunno minaccia di scaldarsi. Il segnale di Lucia Azzolina, Pierpaolo Sileri e Attilio Fontana, tre volti politici molto esposti in questi mesi, tutti e tre finiti sotto scorta dopo aver subito minacce, non è stato affatto sottovalutato.

 

Oggi Roberto Fico e Nicola Zingaretti sono tornati a rimarcare la necessità di una maggioranza solida e un governo stabile come migliore risposta per la ricostruzione post lockdown. Ma non manca giorno in cui qualcuno non evochi un dopo Conte. Il solito Salvini ha timbrato il cartellino quotidiano, dicendo che dopo Conte non ci sono governi tecnici che tengano. Ma anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando è uscito furioso dall’incontro dell’Anci con il premier che doveva affrontare il nodo delle riaperture ma soprattutto del minor gettito su cui potranno contare i Comuni italiani sbottando secco: “Così continuando Conte darà da solo una autospallata al proprio Governo. Da lui continuano ad arrivare risposte più che deludenti”.

Il capo dell’esecutivo conta proprio sul Recovery fund per tirare fuori dalle secche il paese. La promessa di un gettito considerevole per il 2021 è un’arma per combattere in un autunno in cui si ballerà. Con un referendum sul taglio dei parlamentari che incombe e una sessione di bilancio assai complessa alle porte, Conte si sente non solo rafforzato, ma anche in qualche modo rilegittimato nel proseguire la propria azione. “La linea della fermezza ha pagato”, ha commentato il capo pro tempore 5 stelle Vito Crimi. Il compagno di partito Danilo Toninelli ha spiegato: “Se siamo con Conte o siamo tornati movimentisti? Noi siamo per il bene del paese”. Perché il quadro fin qui raccontato ha la cornice dell’effimero.

Buona parte dei pentastellati ritiene che Conte si sia sbilanciato troppo sulle posizioni del Pd e lo attende al varco sul Mes. “Ma come, sul lockdown e sugli eurobond si è intestato tutti i meriti e il Mes lo scarica su di noi?”, si chiede un sottosegretario M5s riferendosi all’intenzione del premier di far votare in Parlamento sull’utilizzo o meno del Fondo salva stati. Proprio gli eurobond hanno convinto il premier di avere un’arma in più per poter rinunciare al Mes, ma la partita è complicata. Un uomo vicino al presidente commenta: “Ma sì, sono rimasti senza capo e tutti si sentono in diritto di parlare, ma al dunque nessuno farà cadere il governo, non rientrerebbero mai in Parlamento”.

C’è poi la mina vagante Renzi. “Vuole indebolire Conte, il voto sull’autorizzazione a procedere su Salvini” è convinto Nicola Fratoianni. Quel voto ha stupito Palazzo Chigi, convinto che dopo la buriana su Bonafede si fosse trovato un punto di contatto. Ambasciatori renziani hanno già fatto sapere che in aula i voti non mancheranno, ma il tatticismo dell’ex premier è un elemento da tenere sotto stretta osservazione.

Tasselli di una pavimentazione non solida di un capo del Governo ritenuto da molti nella maggioranza destinato a estinguersi per consunzione. Ma che con la testardaggine e i pugni sbattuti per una volta veramente sul tavolo europeo si è guadagnato un altro tratto di una carriera politica sovente definita a un passo dal chiudersi. Almeno fino all’autunno.

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