Giuseppe Remuzzi: "A caccia dell’antivirale giusto per Covid, lo troveremo presto"

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(Photo: Foto ©Sergio AgazziTMS Edizioni srl)
(Photo: Foto ©Sergio AgazziTMS Edizioni srl)

Cure anticovid, vaccini per i bambini, terza dose, immunità preesistente, contagiosità dei vaccinati. Con il Professore Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, abbiamo fatto il punto sugli ultimissimi studi a disposizione della scienza e sui progressi in tema di prevenzione, cura e sicurezza contro SARS-CoV-2.

È indiscutibile che uno dei traguardi a cui si mira, è la produzione di farmaci antivirali in grado di fermare e curare l’infezione. A che punto siamo?

Si sta lavorando su tanti antivirali. Per adesso si usano antivirali che sono stati utilizzati per altre situazioni, per esempio per l’influenza, con risultati non proprio entusiasmanti. Ma c’è molta ricerca per trovare l’antivirale giusto contro SARS- CoV-2 e credo ci arriveremo molto presto. Il più promettente si chiama Molnupiravir. Lo studio è stato condotto in North Carolina su 200 persone: si è visto che utilizzando questo farmaco c’era una riduzione della carica virale importante ed era ben tollerato, ma abbiamo ancora bisogno di capire se questo approccio porti davvero, come sembra dai primi dati, a una riduzione della severità della malattia, della ospedalizzazione e della mortalità. Anche Roche ha prodotto un antivirale che per adesso è una sigla AT-527, come anche Pfizer: questo in particolare si potrà utilizzare a casa. I risultati per ora sono incoraggianti. Poi c’è un secondo approccio che prevede la terapia a casa con antiinfiammatori.

Che è poi il lavoro dell’Istituto Mario Negri, il vostro studio...

Le dico a che punto siamo. Come avevamo già detto anche su HuffPost, prima è stato fatto un lavoro che diceva qual è il razionale teorico per usare gli antinfiammatori. Ebbene avevamo già evidenziato che c’è un razionale teorico molto forte, perché questi antinfiammatori inibiscono tutto quello che noi vorremmo inibire con Tocilizumab e Anakinra, per esempio. Sono da utilizzare nelle prime fasi della malattia per evitare di andare verso la sindrome iperinfiammatoria, perché la malattia severa non dipende più dal virus che si moltiplica rapidamente nei primi 10 giorni, ma dipende dalla reazione infiammatoria e immunologica del nostro organismo al virus. Utilizzando la terapia con antinfiammatori ai primi sintomi probabilmente riusciamo a proteggere i pazienti dalla progressione verso forme di malattia severe. Poi abbiamo fatto uno studio che fa vedere che con questo approccio c’è una riduzione del 90% della necessità di ricovero in ospedale.

Uno studio che lei stesso aveva definito imperfetto.

Sì, e non lo dico per criticare i miei stessi studi, ma perché lo studio è retrospettivo, siamo andati cioè a vedere i pazienti che erano già stati curati con antinfiammatori confrontandoli con 90 paziente identici per caratteristiche sottoposti a paracetamolo e vigile attesa. E abbiamo visto una riduzione significativa di ospedalizzazioni e forme grave di malattia dei primi rispetto ai secondi. Uno degli arbitri a cui abbiamo mandato questi studi ci ha consigliato di confrontare i nostri 90 pazienti trattati con antinfiammatori con altri pazienti non identici ma con caratteristiche simili: così li abbiamo confrontati con 1772 pazienti non uguali ma che assomigliavano e abbiamo notato che persisteva la stessa differenza nei ricoveri e nel progredire verso forme severe di malattia. Ora vorremmo realizzare uno studio prospettico.

Ci spieghi meglio.

Abbiamo contattato il Direttore dell’Aifa proponendogli uno studio prospettico che parta oggi e che randomizzi non i pazienti, ma i medici, assegnando a caso medici e pazienti al trattamento con antinfiammatorio o al trattamento solito con tachipirina e vigile attesa. Così chi vuole occuparsi di cure a casa può partecipare volontariamente a questo studio, che sarà esteso se il Direttore dell’Aifa darà approvazione, aderendo o al trattamento che proponiamo noi con antinfiammatori o a quello raccomandato ad oggi con paracetamolo e vigile attesa. Alla fine se partecipa tutta l’Italia avremo rapidamente la risposta e sarebbe la prima volta al mondo, per adesso.

Passiamo alla campagna vaccinale che come ha sottolineato anche Locatelli ”è un successo in Italia” che è fra i Paesi con il maggior numero di vaccinati nel mondo. Si sta cominciando a parlare di vaccini per i bambini. Lei cosa ne pensa?

Innanzitutto va detto che per bambini intendiamo dai 5 a 12 anni perché sugli adolescenti non ci sono dubbi che il vaccino sia efficace e sicuro. Per i bambini piccoli una delle ragioni per vaccinarli è una malattia, rara per la verità in questa fascia di età, che però può portare, se si ammalano, a una sindrome da infiammazione multisistemica che negli Stati Uniti ha riguardato 4000 bambini l’anno scorso e molti di più nel mondo. Quindi è vero che potrebbe vaccinare i bambini per adesso non è una priorità perché tanto non si ammalano, ma è anche vero che quando si ammalano possono contrarre questa sindrome che poi lascia anche dei reliquati, soprattutto neurologici, di dolori, e disturbi per molto tempo. Una ragione opposta è che i bambini che si infettano senza ammalarsi possono anche contribuire all’immunità di popolazione: questo è un lavoro pubblicato pochi giorni fa su Nature che dice che saranno proprio gli asintomatici a farci arrivare alla fine della pandemia. Però su questo, voglio essere chiaro, non abbiamo nessuna certezza.

E l’ipotesi che i bambini trasmettano il Covid in maniera più consistente degli adulti?

Probabilmente non è vero. I bambini hanno una protezione naturale nei confronti del virus che addirittura può essere condivisa con chi vive con loro. Un recente lavoro scozzese dimostra che gli adulti che vivono con bambini si ammalano di meno, forse perché esposti ai comuni raffreddori più di chi vive senza bambini e noi sappiamo che i comuni raffreddori sono sostenuti da certi coronavirus che alcune volte suscitano nei bambini una risposta immune che assomiglia a quella indotta da SARS-CoV-2. La contagiosità nei bambini è molto bassa. Ma mi preme specificare una cosa.

Dica.

Quando diciamo che i bambini di solito non si ammalano, dobbiamo anche premettere che in questo momento i NOSTRI bambini non si infettano facilmente: da noi può non essere la priorità, dunque, la vaccinazione, ma in altre parti del mondo non è detto. In Brasile sono morti 900 bambini sotto i 5 anni su 500 mila morti in totale. Negli Stati Uniti ne sono morti 113, con un numero di morti totali paragonabili a quelli del Brasile; ne sono morti molti di più di incidente stradale, circa 10 mila, di violenze o altre malattia, per intenderci. Ma in Brasile sono morti molti bambini perché c’è molta circolazione virale. Lo stesso è in Indonesia soprattutto per le condizioni sanitarie e perché in generale la popolazione è poco vaccinata. Quindi in sintesi: è vero che non si infettano quando c’è poca circolazione virale, possono però ammalarsi e sviluppare la sindrome multisistemica antinfiammatoria, che può essere grave e avere conseguenze a lungo termine; è vero anche che non abbiamo ancora approvazione dei vaccini, per quanto Pfizer e Moderna abbiano trattato ciascuno già 3000 bambini e si sa che il vaccino è sicuro ed efficace come negli adolescenti. Naturalmente sono studi con dosaggio diverso perché il sistema immunitario nei bambini è diverso: si parla di 10 microgrammi in due somministrazioni a distanza di due settimane.

I bambini sono poco contagiosi, dicevamo. Dunque quando c’è un positivo a scuola, è necessario isolare tutta la classe?

Tutti stanno cercando di evitare la Dad. In Germania per esempio gli studenti e i docenti che non sono vaccinati fanno test rapidi 3 volte alla settimana con risultati in 15 minuti. Negli Stati Uniti lo si fa 2 volte a settimana in chi ha più di 12 anni almeno per il primo mese. Queste sono soluzioni di buon senso. Invece c’è uno studio pubblicato su Lancet che ha affrontato proprio questo problema, ma da un punto di vista scientifico. Fatto dall’Università di Oxford prevedeva un esperimento in 200 scuole: gli studenti e i membri dello staff esposti a un caso positivo venivano randomizzati, un gruppo sottoposto a test to stay, fare un test e rimanere a scuola e un altro gruppo mandato a casa in quarantena per 10 giorni. Ebbene hanno visto che lasciare a scuola chi aveva avuto un contatto rispetto a mandare a casa tutta la classe non faceva differenza. Meno del 2% dei contatti in ciascuno dei due gruppi contraeva il virus. Quelli del test to stay facevano test ogni giorno cogliendo rapidamente caso che diventava positivo.

Di quali test parliamo?

Di test salivari e rapidi. Il test salivare con analisi molecolare è addirittura più efficace del test classico molecolare, c’è un articolo pubblicato su Science Daily che lo prova. Si può fare anche test salivare antigenico che non è perfetto, ma qui non abbiamo bisogno di perfezione perché se facciamo un test al giorno a chi ha avuto un contatto con un positivo alla fine lo scoviamo subito.

Sappiamo che i vaccinati che contraggono il virus sono poco contagiosi e lo sono per un lasso di tempo molto breve. Dunque che senso ha la quarantena?

Fino a poco fa gli scienziati non sapevano se i vaccinati potevano contrarre e diffondere il virus, allora l’atteggiamento era ‘assumiamo che tutti possano diffondere il virus perché ancora non abbiamo evidenza e non lo sappiamo’, questo è scritto su Nature del 17 di settembre. Un lavoro pubblicato negli stessi giorni, però, riporta i risultati di un esperimento condotto su un gruppo di medici vaccinati e un gruppo di non vaccinati. Sono andati a vedere quante persone si ammalavano e quante andavano in ospedale dei parenti che vivevano con i medici vaccinati verso quelli che vivevano con i medici non vaccinati e hanno visto che alla vaccinazioni dei medici si associava una riduzione nel numero dei casi e nel numero dei casi che avevano bisogno di ospedalizzazione. Quindi la vaccinazione riduce l’infezione asintomatica ed è plausibile che riduca anche la trasmissione. Non sono dati da un clinical trial, e in sostanza la certezza che il vaccinato non sia contagioso non ce l’abbiamo. Dobbiamo avere una certa prudenza. Però questo lavoro suggerisce fortemente che il vaccinato contragga di meno l’infezione del non vaccinato e la trasmetta di meno.

A proposito, come è possibile che esistano medici No Vax?

Secondo me non è possibile. Sarebbe come dire che c’è uno che guida il camion e non vuole avere la patente. Penso che dovrebbero essere invitati a non fare il medico. Ho visto una lettera firmata da 200 medici e mandata a uno dei nostri deputati dell’area dove vivo io e posso dire che è una lettera modesta con argomenti a favore dei non vaccinati tutti sbagliati, con referenze alla letteratura che dimostrano che hanno preso una frase in un articolo del British Medical Journal a sostegno delle loro argomentazioni, ma non hanno letto il lavoro che diceva il contrario. Non c’è possibilità in una società civile di ammettere che i medici non si vaccinino, perché devono rappresentare l’esempio per eccellenza del comportamento civile.

Veniamo alla questione terza dose.

Sicuramente va fatta ai trapiantati perché non hanno anticorpi o ne sviluppano molto pochi. Sicuramente alle persone che dal punto di vista immunitario sono come i trapiantati, cioè non assumono farmaci antirigetto, ma antitumorali, ad esempio. Sicuramente agli 80enni con diabete e cardiopatie e poi da lì si dovrebbe scendere dagli 80enni in giù fino ai 60enni. Una buona notizia che arriva da un recente lavoro inglese di cui si parla sul New York Times è che si può fare la terza dose insieme all’antinfluenzale: è stato osservato su 679 persone che gli effetti collaterali (dolori muscolari, febbre, stanchezza e dolori articolari) non aumentavano somministrandoli insieme. Poi qualcuno suggerisce di scendere fino a 60 anni anche perché è stato appena pubblicato uno studio che ha valutato 1,1 milioni di persone in Israele sopra i 60 anni che hanno ricevuto le loro prime due dosi almeno 5 mesi fa, li hanno studiati a 20 giorni dopo la terza dose e hanno trovato che quelli che hanno avuto la terza dose avevano 19 volte meno probabilità di avere forme di Covid severe di quanto non fosse per le persone della stessa età con sole due dosi. Fortissimo risultato a favore della terza dose. Credo, poi, che sia logico che avremo il richiamo che si fa sempre per tutte le vaccinazioni. Sappiamo per certo che gli anticorpi diminuiscono dopo 8-12 mesi e questo succede ancora di più nelle persone più anziane. I medici oggi hanno pochissimi anticorpi perché si sono vaccinati per primi, poi ci sono le cellule quindi la protezione c’è lo stesso e poi c’è una cosa di cui nessuno parla che la Prexisting Immunity.

Di cosa si tratta?

Molti di noi hanno un’immunità preesistente, sono cioè protetti anche senza vaccinazioni, ma il problema è che non sappiamo chi sono. È dovuto probabilmente all’aver incontrato una cosa che assomiglia al coronavirus in passato e il sistema immune la riconosce come se fosse SARS-CoV-2. Anche perché sul fatto che questo sia un virus nuovo non c’è certezza: può darsi che fosse con noi da molto prima di quando lo abbiamo conosciuto e che abbia avuto bisogno di adattarsi all’uomo. Viene dai pipistrelli, ma l’animale intermedio può essere anche più di uno e attraverso questi è arrivato all’uomo in modi diversi. Una grande ricercatrice statunitense, Monica Gandhi, ha dimostrato che esiste una vera risposta immune indotta dal comune Coronavirus del raffreddore. Poi, una cosa affascinante: hanno prelevato campioni di sangue in Olanda di donatori di 10 anni fa e alcuni di questi avevano anticorpi contro Covid. Anche questa immunità preesistente forse potrà aiuterà a raggiungere l’immunità di gregge.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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