Giustizia: con dematerializzazione meno carta, più risparmi e meno inquinamento

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Gli studi lo confermano da tempo: il sistema giudiziario sostiene il funzionamento dell’intera economia. L’efficienza del settore giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato. Partono da qui, ricorda il ministero della Giustizia, tutti gli interventi, indicati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, per riportare il processo italiano a un modello di efficienza e di competitività.

Si stima che una riduzione della durata dei procedimenti civili del 50% possa accrescere la dimensione media delle imprese manifatturiere italiane di circa il 10%. A livello aggregato, uno studio recente ha valutato che una riduzione da 9 a 5 anni dei tempi di definizione delle procedure fallimentari possa generare un incremento di produttività dell’economia italiana dell’1,6%. Meno carta e più documenti informatici, più risparmi e meno inquinamento: questi, dunque, gli effetti della dematerializzazione anche per il settore della giustizia.

Un processo che interessa tutta la Pubblica amministrazione e i segnali positivi sulla via della digitalizzazione per il nostro Paese non mancano. Secondo la speciale classifica dell'indice di digitalizzazione dell'economia e della società (Desi), tra i 27 Stati membri dell’Ue, infatti, l’Italia fa registrare un balzo importante passando dal 25° posto del 2020 al 20° posto del 2021. Il nostro Paese, sempre secondo i dati europei, nel corso del 2020 ha compiuto alcuni progressi in termini sia di copertura che di diffusione delle reti di connettività, con un aumento particolarmente significativo della diffusione dei servizi di connettività che offrono velocità di almeno 1 Gbps.

Tuttavia, l’Italia è significativamente in ritardo rispetto ad altri paesi dell'Ue in termini di capitale umano. Rispetto alla media Ue, registra infatti livelli di competenze digitali di base e avanzate molto bassi. E su questo il ministero della Giustizia si sta attrezzando con l’immissione di nuovo personale per un totale di 21.910 unità. Si tratta di 16.500 addetti ufficio per il processo, 180 laureati It e 280 diplomati It, 150 architetti/ingegneri e 70 geometri e periti. Sono invece 200 i laureati da impiegare in contabilità e 400 i diplomati nello stesso ambito. Previsti, poi, 40 statistici e 30 ingegneri gestionali e analisti di organizzazione. Gli operatori da inserire come data entry saranno, invece, 3.000 insieme ai 1.060 funzionari di coordinamento organizzativo. Un’iniezione di innovazione che comporta una spesa di circa 2,3 miliardi di euro.

Una serie di azioni concrete messe in atto dal ministero perché una giustizia inefficiente peggiora le condizioni di finanziamento delle famiglie e delle imprese: il confronto tra province mostra che un aumento dei procedimenti pendenti di 10 casi per 1.000 abitanti corrisponde a una riduzione del rapporto tra prestiti e Pil dell’1,5%. Inoltre, alla durata dei processi più elevata si associa una minore partecipazione delle imprese alle catene globali del valore e una minore dimensione media delle imprese, quest’ultima una delle principali debolezze strutturali del nostro sistema.

I dati evidenziano una naturale e stretta compenetrazione intercorrente tra giustizia ed economia: qualsiasi progetto di investimento, per essere reputato credibile, deve potersi innestare in un’economia tutelata, e non rallentata, da un eventuale procedimento giudiziario, così come deve essere posto al riparo da possibili infiltrazioni criminali. Le prospettive di rilancio del Paese sono fortemente condizionate dall’approvazione di riforme e investimenti efficaci nel settore della giustizia.

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