"Giustizia non è vendetta, la riforma elimina il rischio di processi a vita"

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CAMOGLI, ITALY - SEPTEMBER 13:  Gherardo Colombo attends Festival Della Comunicazione on September 13, 2014 in Camogli, Italy.  (Photo by Jacopo Raule/Getty Images) (Photo: Jacopo Raule via Getty Images)
CAMOGLI, ITALY - SEPTEMBER 13: Gherardo Colombo attends Festival Della Comunicazione on September 13, 2014 in Camogli, Italy. (Photo by Jacopo Raule/Getty Images) (Photo: Jacopo Raule via Getty Images)

“Si tratta di scegliere tra il rischio di tenere sotto processo a vita una persona innocente e il rischio che un colpevole possa non essere condannato”. Gherardo Colombo è stato a lungo magistrato. Pm, tra l’altro, di Mani Pulite, del delitto Ambrosoli, dell’inchiesta che ha portato alla scoperta della Loggia P2. Ha lasciato la toga nel 2007 e di recente ha pubblicato il libro Il perdono responsabile. Perché il carcere non serve a nulla. Un titolo eloquente, che introduce una ferma critica al sistema penitenziario italiano. (“Il carcere è criminogeno, piuttosto che essere rieducativo, lo si può dimostrare”, ci dice anche oggi).

All’indomani della (sofferta) approvazione in Consiglio dei ministri della riforma del processo penale commenta i principali elementi di novità che il provvedimento andrà a introdurre. Mentre attraversa una parte dell’Italia in treno, sfidando un collegamento telefonico non sempre favorevole alle conversazioni, l’ex magistrato ci spiega perché vede di buon occhio le modifiche alla prescrizione, tema sul quale l’esecutivo è arrivato a un passo dalla rottura. Ed illustra cosa sarebbe necessario, a suo parere, per ridurre i processi penali. Gli interventi sulla procedura sono utili, ma non bastano: “Per fare in modo che chi esce dal carcere non trasgredisca più, è necessario dedicare grande attenzione proprio alla esecuzione della pena”, sottolinea.

Quanto alla prescrizione, lemendamento ne prevede lo stop - limitatamente al reato - dopo la sentenza di primo grado e stabilisce poi un tempo massimo di due anni per celebrare l’appello e di uno per la Cassazione, salvo alcune eccezioni in cui il tempo si allunga a tre anni per il secondo grado e a un anno e mezzo per il giudizio di legittimità. Tra i 5 stelle, che hanno posto molta resistenza alla formula pensata dalla ministra Cartabia, c’è chi sostiene che in questo modo si rischia l’impunità. A tale affermazione Gherardo Colombo controbatte con una domanda: “Siamo sicuri che l’esigenza di giustizia della vittima consista nella condanna del responsabile, magari addirittura dopo che la vittima ha smesso di soffrire per il male subito?”. Un interrogativo che obbliga a soffermarsi sul senso della giustizia penale, che nulla dovrebbe avere a che vedere con il “desiderio di vendetta”. Altrimenti vorrebbe dire che “qualche migliaio di anni, trascorsi dal codice di Hammurabi che aveva introdotto la regola “occhio per occhio, dente per dente”, sia passato invano”.

Il punto più controverso della riforma è la prescrizione. Dopo incontri sofferti è stata trovata una difficile mediazione. Cosa pensa della soluzione portata dal governo? Che effetti avrà?

A mio parere la soluzione elimina il rischio che si possa rimanere sotto processo a vita. E questo è un risultato molto importante. Infatti gli effetti consistono nel proscioglimento dell’imputato, se la durata del processo in grado d’appello o in cassazione supera i termini di improcedibilità stabiliti dall’articolo 14 bis del provvedimento.

Chi non vede di buon occhio questa modifica - l’ex Guardasigilli, Alfonso Bonafede, in primis - sostiene che con questo meccanismo ci saranno casi di impunità. È davvero così?

Credo dipenda da come il sistema processuale risponderà alle altre modifiche introdotte dalla legge delega in tema di impugnazioni, di facilitazioni a soluzioni alternative a quella che passa attraverso il dibattimento, ai rimedi tendenti ad evitare che si vada a processo anche quando gli elementi di prova sono insufficienti per ottenere la condanna. Il nodo, a mio parere, sta da un’altra parte ed è, per certi versi, filosofico: si tratta di scegliere tra il rischio di tenere sotto processo a vita una persona innocente e il rischio che un colpevole possa non essere condannato. Personalmente, peraltro, non credo che una condanna possa arrivare dopo venti, trent’anni dalla commissione del reato, come potrebbe succedere con la sospensione definitiva della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, anche per reati non particolarmente gravi. Succede che le persone cambino, e che a 50 anni si sia molto diversi da quando se ne avevano 20.

Come si fa ad assicurare, al contempo, l’esigenza di giustizia delle vittime e dello Stato e la garanzia che l’imputato non sia sottoposto a un “fine processo mai”?

Siamo sicuri che l’esigenza di giustizia della vittima consista nella condanna del responsabile, magari addirittura dopo che la vittima ha smesso di soffrire per il male subìto? Occorre tener conto che la sospensione della prescrizione (prevista, dopo il primo grado di giudizio, dalla legge Bonafede attualmente in vigore, ndr) avrebbe riguardato tutti i reati, anche quelli che creano un danno minimo o addirittura impercettibile, ed osservare che la legge delega introduce un sistema di giustizia riparativa, attraverso il quale il colpevole può (come succede anche ora per certi versi) rientrare nella comunità senza aver scontato una pena in senso stretto, ma avendo fatto un percorso di riabilitazione che comprende anche la riparazione del dolore della vittima. Non vorrei che con il termine esigenza di giustizia si alludesse invece al desiderio di vendetta. Vorrebbe dire che qualche migliaio di anni, trascorsi dal codice di Hammurabi che aveva introdotto la regola “occhio per occhio, dente per dente”, sia passato invano.

La ministra ha più volte sottolineato che la giustizia non deve avere come obiettivo la vendetta ma la riconciliazione. E la giustizia riparativa, cui lei fa riferimento, va certamente in questo senso. In Italia, però, spesso si tende a percepire il sistema penale come un qualcosa che punta più alla repressione che non alla rieducazione e alla riconciliazione. La riforma fa fare un passo avanti importante per superare questa concezione. Secondo lei i tempi sono maturi per questo salto?

Credo che per far maturare i tempi sia necessario intervenire soprattutto a livello educativo. Esiste una diffusa convinzione che la funzione della pena debba consistere nel retribuire con il male il male che è stato fatto commettendo il reato. A parte che questa concezione contrasta nettamente con il contenuto della nostra Costituzione, che ha molta fiducia nell’essere umano e nella sua capacità di cambiare, la visione della pena come strumento per far soffrire non serve per nulla alla nostra sicurezza. Il carcere è criminogeno, piuttosto che essere rieducativo, lo si può dimostrare.

Fermo restando il processo penale, che comunque farà il suo corso al di là (e forse con l’ausilio) della giustizia riparativa, quando è possibile un incontro, una riconciliazione, tra vittima e reo, o tra colpevole e società?

La riconciliazione tra vittima e responsabile è una delle strade per recuperare chi ha trasgredito riparando contemporaneamente il dolore della vittima, ed è praticabile quando entrambi diventano disponibili, magari attraverso un percorso dedicato, a riconoscersi reciprocamente. Il punto di partenza è sostanzialmente quello della nostra Costituzione, che afferma all’articolo 3 che tutti siamo degni tanto quanto gli altri indipendentemente dalle differenze che ci distinguono a volte anche profondamente.

La Costituzione vuole che la pena debba avere una finalità rieducativa. Tra le proposte del governo ce ne sono un paio volte ad evitare che i condannati per reati non gravi vadano in carcere: l’incentivo delle pene diverse dalla reclusione in caso di condanne lievi e l’estensione della messa alla prova per reati punibili con una pena nel massimo non superiore a sei anni. Anche questa misura ha suscitato qualche perplessità, in particolare tra i 5 stelle. Eppure non risponde proprio a quel principio costituzionale cui lei faceva riferimento? Può essere un primo passo verso un mondo in cui il carcere diventi solo un’extrema ratio?

Credo proprio di sì. La Costituzione, all’articolo 27, stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La frase ci dice più cose: parlando di “pene” e non di “pena” stabilisce che debbano esistere non solo la pena per antonomasia, quella del carcere, ma anche altri tipi di pena, come le sanzioni alternative, che sono applicate già ora e che riabilitano a rientrare nella comunità molto più del carcere. Peraltro, stabilendo all’articolo 13 che ”È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà” conferma come le pene debbano in ogni caso essere rispettose di chi le subisce. Insomma, chi ha scritto la Costituzione (avendo non raramente provato il carcere) era ben consapevole che se vogliamo sicurezza dobbiamo garantire la dignità di tutti, ricorrendo al carcere soltanto quando è assolutamente indispensabile per tutelare i diritti fondamentali dei cittadini, e ricorrendo a percorsi alternativi in tutti gli altri casi.

Il governo propone di cambiare la norma sul rinvio a giudizio imponendo al pm di chiederlo non più quando gli elementi raccolti sono sufficienti a sostenere un giudizio ma solo quando questi lasciano prevedere una sentenza di condanna. Secondo lei, nella prassi, può essere un modo per ridurre davvero i processi o la nuova formula rischia di essere solo un esercizio di stile?

Secondo me può essere un modo per ridurre davvero i processi purché siano rivisti gli organici dei giudici. Credo sarebbe necessario potenziare molto l’ufficio del giudice per le indagini e per l’udienza preliminare, in modo che esistano per davvero le risorse necessarie a svolgere l’opera di filtro, e dedicare grande attenzione alla organizzazione del momento dell’udienza predibattimentale che svolge la stessa funzione nei procedimenti a citazione diretta. Vorrei aggiungere una osservazione.

Prego.

Per deflazionare il processo penale sarebbe importante limitare la recidiva, e cioè accompagnare chi ha commesso un reato a mettersi dentro la convinzione che non è cosa far soffrire il prossimo. Per abbattere la recidiva, per fare in modo che chi esce dal carcere, o finisce di scontare le pene alternative, non trasgredisca più, è necessario dedicare grande attenzione proprio alla esecuzione della pena. Anche questa fase necessita di tanto, forse è quella in cui occorrerebbe intervenire di più. Bisognerebbe dare una mano alla magistratura di sorveglianza, trovando le risorse necessarie; bisognerebbe investire negli uffici di esecuzione penale esterna, negli educatori, negli psicologi, nella sanità all’interno del carcere. Credo occorrerebbe anche occuparsi di chi svolge le funzioni di sorveglianza, che spesso soffre il carcere quasi quanto i detenuti. Temo che lì ci sia un grosso equivoco di fondo: se si crede che per operare dentro il carcere si debba ricevere una formazione analoga a quella di chi svolge le funzioni di polizia al di fuori delle sue mura forse non si aiuta né chi sta scontando la pena né chi si occupa della custodia.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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