Giustizia, Panzani: lentezza processi va combattuta ad ogni costo

Nav

Roma, 1 feb. (askanews) - "La lentezza della giustizia, tara da sempre del sistema giudiziario italiano, deve essere combattuta a tutti i costi, sia per quanto concerne la giustizia civile che per la giustizia penale. Si tratta di un male antico". Così afferma in un passo della relazione all'apertura dell'anno giudiziario, Luciano Panzani, presidente della corte d'appello di Roma.

"Un recente studio dimostra - continua - analizzando le serie statistiche Istat dal 1880 ad oggi, che almeno per la giustizia civile dopo il 1950 raramente gli Uffici giudiziari sono stati in condizione di equilibrio". E quindi: "L'indice di smaltimento è stato costantemente inferiore a 100, con il risultato che talvolta lentamente, talvolta in modo più accelerato si è accumulato l'arretrato, così difficile da eliminare una volta che si sia formato".

Panzani ricorda che "per la giustizia civile le conseguenze sono note: oltre all'onere dei danni da rimborsare alle vittime della violazione del principio della ragionevole durata del processo, c'è la perdita di competitività del nostro sistema produttivo. Poiché, almeno in una parte del Paese, molti tribunali riescono ormai ad assicurare la trattazione di molti procedimenti in tempi accettabili, occorre concentrarsi sulle Corti di appello che hanno organici inidonei a far fronte alla domanda di giustizia pendente. Si tratta comunque di una situazione di difficoltà che quantomeno consente speranze in ragione del trend consolidato alla riduzione delle pendenze".

Ma "per quanto concerne il settore penale i timori e le ansie sono molto maggiori. Da tempo molti commentatori vanno sottolineando la dimensione sempre più mediatica che la giustizia penale è andata assumendo quando ha ad oggetto fatti di qualche rilevanza. Sono usuali le conferenze stampa di inquirenti e pubblici ministeri. I processi di qualche rilievo suscitano molta attenzione e, come tutti sanno, il primo processo si fa sui media e sui social".

E poi "l'esito del giudizio arriva troppo tardi, spesso nel disinteresse generale. In queste condizioni l'informazione di garanzia che nel sistema del codice di procedura penale rappresenta una garanzia per l'indagato consentendogli la nomina di un difensore prima che vengano compiuti atti di cui deve essere informato o ai quali ha diritto di partecipare, sovente diventa la premessa della gogna mediatica. Le indagini, lungi dallo svolgersi nel rispetto del segreto istruttorio, divengono oggetto di pubblicità e rappresentano la premessa per richiedere o pretendere dimissioni o sospensioni da incarichi".

Insomma "quando il processo, quello vero, finalmente viene celebrato, a distanza dai fatti e dall'opinione che il grande pubblico dei media e dei social se n'è fatto, il suo risultato viene accolto in generale con indifferenza, salvi i casi in cui l'opinione pubblica se ne duole perché non corrisponde alle convinzioni che erano emerse dal dibattito mediatico. L'eventuale assoluzione del presunto responsabile viene sempre commentata come una "sconfitta della giustizia", come se la condanna di un innocente fosse da salutare con favore".