Gli attori del 'grande gioco' in Afghanistan a un anno dal ritiro americano

Haroon Sabawoon / Anadolu Agency via AFP

AGI - L'uscita di scena degli Stati Uniti dall'Afghanistan un anno fa ha finito inevitabilmente per ripercuotersi sugli equilibri regionali, incrementato la competizione tra potenze straniere e le mire su un Paese che, per riprendere il titolo del capolavoro dello storico Peter Hopkirk, è al centro del 'Grande Gioco', la corsa al potere nella regione.

Interessi geostrategici che coinvolgono al momento 4 potenze dotate di arsenale nucleare: Russia, Cina, Pakistan e India. A queste va aggiunto l'Iran, desideroso di entrare a far parte del club del nucleare, ma nel frattempo potenza militare nella regione la cui influenza non è mai da sottovalutare.

Russia

Prima del ritiro dei marines il presidente russo Vladimir Putin non ha fatto altro che stare seduto in riva al fiume in attesa del passaggio del cadavere del nemico. Con la fine della presenza militare Usa in quello che rimane un territorio che per anni è stato nella sfera dell'Unione Sovietica, era inevitabile che il Cremlino rimodulasse le proprie mire sul Paese, sopratutto per quanto riguarda economia e sicurezza.

Numerosi rapporti di istituti di analisi mostrano come Mosca abbia mantenuto rapporti con i talebani a livello di intelligence e fornito armi nel corso degli anni. Risale peraltro al 2015 la prima ammissione da parte di Mosca relativamente a un dialogo aperto con i talebani. Con il ritiro americano la prima preoccupazione di Mosca ha riguardato il terrorismo e le misure prese, come le imponenti esercitazioni al confine con il Tagikistan, hanno mostrato la ferma intenzione di Mosca di evitare il passaggio di terroristi attraverso il confine con Tagikistan, Uzbekistan e Kazakistan, a stragrande maggioranza musulmane.

La guerra in Ucraina ha poi allentato la pressione militare russa in Asia Centrale, ma Mosca difficilmente sottovaluterà la minaccia, anzi è possibile la utilizzi come leva per stabilire accordi e ottenere appalti da parte del governo talebano. Il network talebano è infatti storicamente esteso a gruppi come l'Unione del Jihad Islamico e il movimento islamico dell'Uzbekistan, che negli anni oltre confine hanno trovato rifugio sicuro.

D'altra parte i talebani hanno mostrato di non avere un effettivo controllo delle frontiere e da un lato continuano a fornire rassicurazioni sulla lotta al terrorismo, dall'altro evitano di prendere misure adeguate contro questi gruppi 'amici', a differenza di quanto avviene per la lotta contro Iss-K. La differenza è che mentre i primi hanno mire sulle repubbliche centroasiatiche ex sovietiche Isis-K minaccia la leadership talebana all'interno del Paese. A Mosca lo sanno e agiscono di conseguenza.

Cina

Esattamente come a Mosca, a Pechino le preoccupazioni sono concentrate sull'osmosi del terrore che in questo caso riguarda i movimenti di resistenza musulmani di etnia uigura, i turcofoni dello Xinjiang, confinante con l'Afghanistan. Un'etnia la cui fede islamica è colpita da una durissima legislazione anti terrorismo e un inglobamento etnico assimilabile a un genocidio che fa parte da decenni della politica cinese.

Repressione che ha relegato alla clandestinità e spinto all'estremismo la resistenza di gruppi come il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, che puntano alla creazione di uno stato islamico nel Xinjiang. Allo stesso tempo Pechino non trascura il potenziale economico legato alla posizione dell'Afghanistan e ha rilanciato il progetto per la costruzione di strade e collegamenti in un tassello dimenticato dell'antica via della Seta.

Infrastrutture che costituiscono il cavallo di Troia per investimenti in ambito minerario, mirati essenzialmente alla ricerca del prezioso litio. Una corsa in cui la Cina continua a sfidare gli Usa e che considera già vinta in Africa, secondo lo stesso schema vincente: infrastrutture e miniere.

Pakistan e India

L'Afghanistan è per i due giganti rivali uno dei campi di battaglia per la corsa all'influenza regionale. Una sfida in cui il Pakistan è sostenuto dalla Cina, l'India dalla Russia, mentre gli Usa mediano. Il Pakistan, Paese in piena crisi economica, vive un'instabilità dovuta anche alla perdita di credibilità dell'esercito. Le spese militari, il sostegno a gruppi paramilitari del Kashmir e agli stessi talebani, hanno minato l'immagine dei militari all'interno del Paese.

La cacciata del premier pro talebani Imran Khan, avvenuta in aperta polemica con gli stessi militari, non ha fatto altro che aumentare la popolarità dell'ex campione di cricket presso la popolazione religiosa. L'accusa di una cospirazione ordita da esercito e americani getta benzina sul fuoco in un Paese sempre pronto a esplodere.

Non è un caso che con l'uscita di scena degli Usa e l'incertezza politica che regna nel Paese sia tornato a far parlare di sè Tehrik-Talebani Pakistan, l'ala pakistana del movimento che punta a instarurare un califfato nell'est del Paese. Ancora una volta i talebani afghani, in contatto con i 'fratelli' pakistani, non sono andati oltre i proclami e non hanno offerto nulla di concreto al Pakistan, facendo così il gioco di Imran Khan, che dei talebani è un sostenitore.

L'India non può rimanere a guardare. Dopo aver mantenuto ottime relazioni con il governo Karzai, con il ritiro Usa ha offerto aiuti economici e sostegno umanitario a una popolazione stremata. Una mossa concepita per rispondere all'influenza pakistana e cinese. Allo stesso tempo l'India ha incrementato la collaborazione nell'ambito dell'antiterrorismo e sostiene la lotta dei talebani a Isis-K, di cui teme le infiltrazioni nel Paese alla luce anche dell'agenda fortemente nazionalista di stampo indu e anti musulmana del premier Narendra Modi.

Un triangolo pericoloso, in cui tensioni etniche e religiose si intrecciano e coinvolgono sia Isis-K che Tehrik-Pakistan, gruppi terroristici che hanno interessi a colpire, in India il primo e in Pakistan il secondo, e che si prestano di conseguenza ad essere usati per azioni terroristiche che potrebbero far salire alle stelle la tensione tra due potenze nucleari.

Iran

Al ritiro degli Usa i due vicini ci arrivano reduci da forti tensioni negli anni dei talebani al potere (1996-2001) essenzialmente legate all'oppressione della minoranza sciita degli Hazara, seguiti dagli anni della comune opposizione alla presenza americana nell'area. Le tensioni degli ultimi mesi tra talebani e hazara, la recente uccisione di uno dei leader della minoranza, l'esclusione degli hazara dal governo '100% sunnità del Paese e gli attentati di Iss-K spesso contro moschee sciite, hanno di volta in volta fatto aumentare la tensione lungo il confine.

Confine che ha visto la fuga di centinaia di migliaia di profughi che l'Iran non è più disposto ad accettare, alla luce anche del fatto che la costruzione di un muro da parte della Turchia al confine rende quasi impossibile per i migranti il passaggio, costringendoli a rimanere in Iran. A Teheran non dimenticano i 9 diplomatici uccisi dai talebani nel 1998.

Un evento che ha spinto Teheran a dare asilo a diversi signori della guerra, ufficiali dell'esercito regolare e leader sciiti che ai talebani si sono sempre opposti. Da non sottovalutare che milizie hazara sono state addestrate per anni dall'esercito iraniano e inviate in Siria (brigate Fetemiyoun); un'opzione per Teheran che potrebbe utilizzare le stesse milizie contro i talebani. Opzione rischiosissima perchè coinvolge odii e rancori etnici, ma sempre sul tavolo.