Gli eterni giochi di spie per le strade della Città Eterna

Nicola Graziani
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AGI - Meno male che in questo mondo fatto di Isis e kamikaze le spie non venivano più dal freddo, ma dal caldo. Oggi ristabiliamo il giusto equilibrio delle cose. Verrebbe quasi da celebrare: i punti di riferimento sono tornati chiari, il bianco è di nuovo bianco ed il nero è nuovamente nero. Meno male per davvero: si fa molta meno fatica di prima, ché non capivi più chi era l'amico e chi il nemico, con buona pace di Carl Schmitt.

C'è questo, e poco altro, di rassicurante nel caso degli arresti a Roma per la presunta vendita a Mosca di segreti della Nato: abbiamo già visto tutto, anche in versione peggiorativa. E siccome l'uomo non è animale razionale, ecco che l'aver conosciuto il precedente ci fa sentire autorizzati a prendere la cosa sottogamba, con un'alzatina di spalle e un angolo della bocca tutto storto nella sufficienza.

Li abbiamo già regolati una volta, da quelle parti. Nemmeno Dan Aykroyd in “1941 Allarme a Hollywood” riusciva ad essere più dissennatamente liquidatorio.

 Sì, perché a Roma, sonnacchiosa e neghittosa quanto si vuole, in realtà si muove incessante il turbinio degli agenti e delle spie. Accettiamo la forza dei fatti inoppugnabili: è sempre stato così.

Racconta Tito Livio (e se ne occupa anche la storica Rose Mary Sheldon, nel suo “Intelligence Activities in Ancient Rome”) che ai tempi di Annibale a Canne l'Urbe già pullulava di spioni al soldo del Cartaginese. Ne scoprirono uno, ma con immensa clemenza per quei tempi si limitarono a tagliargli le mani: i suoi numerosi compagni dovevano sapere che, ravvedendosi, avrebbero potuto tuttosommato cavarsela con poco.  

Se ai russi piace il mare caldo

Non ha il fascino di Parigi, la tradizione di Londra, il coinvolgimento della Berlino pre-1989 e nemmeno le gelide e bionde complicanze di “Intrigo a Stoccolma” con Paul Newman. Assomiglia semmai (e la cosa la dice lunga sulla sua capacità di essere palcoscenico del miglior plot alla Marlowe: quello della vita reale) alla Lisbona della Seconda Guerra Mondiale.

Città decadente nonché decaduta, cioè, quanto apparentemente fuori dai grandi circuiti d'intelligence. Ma solo apparentemente, essendo il suo carattere quasi affettato di teatro di provincia delle oscure trame tra le potenze la miglior garanzia di un lavoro indisturbato. Così a Lisbona i nazisti curavano che non si venisse a sapere che erano in vantaggio nella costruzione della Bomba; ma proprio lì Heisenberg teneva le sue conferenze di fisica dell'atomo, sperando (ed aveva ragione a sperarlo) di essere ascoltato da chi di dovere.

Roma: principale capitale del Fianco Sud della Nato, quello che dovrebbe tutelare la stabilità nel Mediterraneo e in questi tempi finisce per entrare in frizione proprio con i vecchi nemici carissimi, i russi che dal 2007 (Conferenza di Monaco, discorso di Putin) non hanno più paura di dire che loro sono tornati a guardare ai mari caldi com'era ai tempi dello Zar.

Se questo è l'elemento centrale della trama, prepariamoci a vedere altre puntate del romanzo: ché di quelle passate basta un rapido ricorso per capire quanto succoso ne sia l'ordito; tanto più che di mezzo c'è un altro elemento, tutto romano, e questo elemento è il Vaticano.

Nemmeno Tom Clancy, quando si dedicò a scrivere del complotto russo-bulgaro per eliminare Wojtyla, alla fine riuscì a trovare trama più intrigante di quella fornita dalla realtà. Dovette accontentarsi, nel suo “Nome in codice Red Rabbitt”, di piegare la sua arte alla mera imitazione della Natura. Poi, siccome sapeva il suo, poté pennellare grandi tocchi di sapiente colore.

Ugualmente Ali Agca restò lui, anche in quelle avvincenti pagine, ed il Kgb fu fotografato ma non reinventato. Quanto ai servizi segreti bulgari, la loro vocazione gregaria (noi in Italia) l'avremmo immortalata anni dopo nel Ballo del Pippero di Elio e Le Storie tese.

Ma erano altri tempi, sul serio, anche per la gestione di casi incresciosi e imbarazzanti come sempre avviene allorché emerge una compravendita di segreti o uno scambio di illeciti favori. Giulio Andreotti, l'immancabile, aveva uno stile tutto suo.

La spia che amava Michelangelo

Un giorno gli capitò la soffiata che un palestinese si era affittato una stanza all'Hotel Flora, che dà sull'angolo a gomito che segna la metà di Via Veneto. Fin qui niente di male. Solo che di fronte si erge Palazzo Margherita, che ospita dal dopoguerra l'Ambasciata Americana. E allora? Allora: il palestinese in valigia aveva un bazooka.

Bisogna ammettere che il controspionaggio italiano ha una sua efficiente grandezza: lo rimpacchettarono nel silenzio e lo spedirono a casa nella discrezione, per garantire la maggior tranquillità lungo il Fronte Sud della Nato (a quell'epoca Arafat risiedeva a Tunisi).

A Washington non dormivano, e chiesero spiegazioni.  Andreotti allargò le braccia come a dire: “E che dovevamo fare?”. Solo una potenza mediterranea che da secoli ha a che fare con i sussulti di una regione così turbolenta può capire la necessità di far finta di niente, se si guarda in direzione di Cartagine.

Comunque la storia più bella, stupefacente, intrigante e – logicamente – insoluta in questa ininterrotta sfilza di oscuri magheggi è anch'essa roba di Guerra Fredda. Anzi, della Guerra Fredda è il paradigma. Correva l'anno 1985: Guerre Stellari, Impero del Male, missili tattici nucleari, SS-20 e Pershing-2. Il mondo ad un passo dall'impiego della Macchina di Fine di Mondo.

Vitaly Yurchenko era un ufficiale in alto grado del Kgb. Decise di fare il salto e dove pensò di andare a consegnarsi agli americani? A Roma. No, non solo a Roma. In Vaticano. No, non solo in Vaticano. Nella Cappella Sistina, nientemeno, disperdendosi nella ressa di gente accorsa ad ammirare il Michelangelo restaurato. Fu così che uccellò il Kgb che lo pedinava e fece felice la Cia, ma solo per un po'.

Nemmeno un anno dopo, infatti, era di nuovo a casa, a Mosca, a raccontare di aver uccellato la Cia pensando di far felice il Kgb, ma fu solo per un po'. Di lui sparirono le tracce, e non lo si trovò più.

Lo spione di Annibale era stato più fortunato.