Gli italiani sono già in (auto)lockdown

Linda Varlese
·Editor, HuffPost Italy
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horizontal background woman in isolation at home for virus outbreak or hypochondria . (Photo: LucaLorenzelli via Getty Images)
horizontal background woman in isolation at home for virus outbreak or hypochondria . (Photo: LucaLorenzelli via Getty Images)

“State a casa più che potete. La situazione è seria”, ha detto ieri il ministro della Salute, Speranza. Un appello rilanciato dal premier Conte che ha invitato gli italiani a “evitare spostamenti inutili”. Appelli, raccomandazioni, nulla di più. Da parte della politica non arrivano regole certe di comportamento (se non l’invito all’uso della mascherina e al distanziamento) e per questo le persone sembrano prendere sempre più sul serio il tema della “responsabilità individuale” e dell’“autogoverno”, autoproclamandosi in lockdown. In altre parole: in mancanza di un dpcm che lo renda legge, moltissimi italiani hanno deciso per l’autoisolamento: smart working, uscite ridotte al necessario, rapporti sociali solo con i conviventi.

Con la sfiducia nella politica ad altissimi livelli, (secondo un sondaggio Ghisleri su La Stampa, per “il 53.6% degli italiani intervistati, il nostro Paese si è fatto cogliere impreparato soprattutto dal punto di vista sanitario a questa seconda ondata di Coronovaris), un sistema di contact tracing al collasso, un aumento vertiginoso dei contagi che, nel momento in cui scriviamo, viaggiano a un ritmo di 15mila casi al giorno e incertezze sull’arrivo del vaccino, in Italia cresce la paura dei cittadini che sembrano trovare l’unica soluzione, contro l’ansia del contagio, in un lockdown autoimposto.

A supporto di questa tesi, due dati molto interessanti. Il primo riguarda lo smart working. Secondo una ricerca Aidp (Associazione italiana dei direttori del personale) oltre il 68% del campione intervistato ha dichiarato di aver prolungato le attività di smart working anche nella fase di ritorno ad una “nuova normalità”. La conferma arriva dallo studio dell’Osservatorio “The World After Lockdown” curato da Nomisma e CRIF che stima che nel 2021 almeno 4 milioni di lavoratori lavoreranno prevalentemente in smart working. Nel 2019 erano solo 570mila, oggi circa 1,8 milioni. Basterebbe già questo.

Ma a corredo della ridotta circolazione delle persone, c’è un altro dato, fornito dalle aziende del trasporto pubblico al Governo, che racconta di una fuga dei cittadini da metropolitana, bus e tram: su tutte le principali reti urbane, sostanzialmente quelle delle città, si è passati in media dal 65% al 45% in termini di numero di passeggeri a bordo. A “costringere” le persone a ridurre il movimento e a stare a casa, non sono solo gli appelli alla responsabilità che arrivano dalle istituzioni e dai medici di famiglia, ma soprattutto la paura e la mancanza di altri “strumenti di protezione”.

Secondo una ricerca di Senior Italia FederAnziani, condotta su un campione di 645 over 65, ad esempio, il 57% ha finito col vivere questi mesi in un lockdown permanente perché più dell’80% del campione è terrorizzato dal Covid. Ma non sono solo gli anziani ad aver paura del contagio e non è solo la paura a muovere in direzione di una autoregolamentazione. “Non sono certo che ci possa essere un procedimento mentale uguale per tutti, penso che ci siano due meccanismi: uno più virtuoso e uno meno”, ci spiega il Dottor Maurizio Brasini, Psicologo e Psicoterapeuta. “Noi abbiamo avuto una prima fase di misure restrittive imposte quando ancora si conosceva poco di tutta la situazione e c’è stato qualcuno che ha scelto per noi in maniera chiara. In questa seconda fase quello che abbiamo iniziato a sperimentare è che avremmo avuto una situazione meno chiara. Per questo è scattato un meccanismo virtuoso di responsabilità”.

Di fronte alla confusione normative la gente si è resa conto di dover iniziare a valutare autonomamente quali sono i rischi. “Si informa, fa delle valutazioni, si dà delle regole scegliendo per sé quello che è meglio. Tanto più che ci sono molte variabili in gioco: ad esempio non sempre colui che decide per noi sceglie il meglio per la nostra salute. E questo a volte comporta che non ci si senta nemmeno tutelati”.

Un esempio potrebbe essere proprio quello relativo allo svuotamento dei mezzi di trasporto. “Io, per dire, ho deciso di non prendere più il treno”, dice Brasini. “perché per mio senso di responsabilità trovo che il fatto che adesso si possa occupare fino a una capienza dell′80% (nella prima fase la regola era un posto ogni due), è una decisione che a mio avviso non coincide con la tutela della mia salute e quindi mi autoregolamento e non lo prendo”.

Oltre all’autonomia nelle decisioni, poi, c’è anche la paura legata al disorientamento, all’impossibilità di avere delle coordinate: “Ci si sente esposti a una minaccia”, conclude Brasini “e poiché non si hanno strumenti né per valutarla né per padroneggiarla, il comportamento della fuga, e quindi dell’autoisolamento, è quello animale di base che abbiamo a disposizione per metterci al riparo”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.