Gli M5s (quelli dell'onestà) furiosi per l'esclusione dalla lottizzazione Rai. Conte vs Di Maio

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ROME, ITALY - 2021/11/16: The president of the 5 Star Movement Giuseppe Conte seen at the 50th anniversary Confesercenti National Assembly.
Confesercenti is an association representing Italian businesses in trade, tourism and services, crafts and small industries. (Photo by Vincenzo Nuzzolese/SOPA Images/LightRocket via Getty Images) (Photo: SOPA Images via Getty Images)
ROME, ITALY - 2021/11/16: The president of the 5 Star Movement Giuseppe Conte seen at the 50th anniversary Confesercenti National Assembly. Confesercenti is an association representing Italian businesses in trade, tourism and services, crafts and small industries. (Photo by Vincenzo Nuzzolese/SOPA Images/LightRocket via Getty Images) (Photo: SOPA Images via Getty Images)

La resa dei conti finale nei Cinquestelle si consuma sulla Rai, da sempre specchio del Paese e infallibile barometro del potere. Che oggi segnala un Movimento a due anime, quella sempre più draghiana del ministro degli Esteri Di Maio e quella un po’ solitaria del leader Conte, che ha dovuto cedere Palazzo Chigi proprio a Draghi. Ed è una nemesi. Perché quelli che nel 2018 valevano il 32% oggi pesano la metà, e sono gli spifferi interni di viale Mazzini prima ancora delle telefonate tra leader a fotografare il crepuscolo: come ai convivi nel “Falò delle Vanità” di Tom Wolfe, l’intensità degli omaggi vale un borsino, e l’anticamera degli “uscenti” ai piani alti di viale Mazzini si svuota più rapidamente di Montecitorio il giovedì pomeriggio. Ma soprattutto, quelli che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno al grido di onestà e possibilmente in streaming, oggi si lamentano di essere esclusi dalla lottizzazione della tv di Stato.

O meglio, si lamenta Giuseppe Conte, che ha capito troppo tardi che la trincea di Giuseppe Carboni alla direzione del Tg1 si sarebbe sbriciolata senza che potesse impedirlo. O forse, più si incaponiva, più lo accompagnava all’uscita (ancora in cerca di ricollocazione). A proposte ufficializzate, ha dunque improvvisato una conferenza stampa al Senato: “Noi siamo contro la lottizzazione – è la premessa – ma l’ad Fuortes ha esautorato solo noi. E’ la degenerazione del sistema. M5S non farà più sentire la sua voce sui canali della tv pubblica. Che ruolo ha avuto il governo?”. E’ la minaccia del boicottaggio a Tg, talk show e persino dichiarazioni da parte di un ex presidente del consiglio. Ed è la certificazione – accolta nel gelo – della lontananza con Di Maio, che invece ha dato via libera alla spinta di Palazzo Chigi, condivisa anche dal Pd, per Monica Maggioni alla guida del Tg1.

Ma il gesto di stizza di Conte è la sintesi di molto altro. Il rancore con Salvini, con cui non ha ripreso un filo dalla rottura del Papeete: il leader Cinquestelle avrebbe voluto che con Carboni fosse rimosso Sangiuliano dal Tg2 – simul stabunt, simul cadent – ma non c’è stato verso. La solitudine all’interno dei suoi gruppi, dove la partita dei capigruppo è diventata una guerra di trincea. E soprattutto, l’assenza di qualsiasi canale di dialogo con Draghi. Già, perché le nomine Rai appaiono come un dèja-vu: della sostituzione di Arcuri con il generale Figliuolo alla guida della struttura commissariale; del siluramento dal Dis di Gennaro Vecchione, a cui l’ex premier aveva dato in extremis la delega ai servizi segreti; della nomina di Curcio a capo della protezione Civile (al posto di Borrelli, scelto da Gentiloni e riconfermato due volte da Conte). Tre fatti fanno una prova per Agatha Christie, figurarsi per il sospettoso leader Cinquestelle. Che forse - come altri, va detto - intravvede sullo sfondo la scena culminante della sceneggiatura (e della legislatura): il voto per il Quirinale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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