Gli ospedali non sono pronti per la seconda ondata Covid

Luciana Matarese
·Giornalista
·9 minuto per la lettura
NAPLES, CAMPANIA, ITALY - 2020/09/24: Ambulance and paramedicals outside the Cotugno hospital emergency room for infectious diseases, in Naples city. (Photo by Salvatore Laporta/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images) (Photo: KONTROLAB via Getty Images)
NAPLES, CAMPANIA, ITALY - 2020/09/24: Ambulance and paramedicals outside the Cotugno hospital emergency room for infectious diseases, in Naples city. (Photo by Salvatore Laporta/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images) (Photo: KONTROLAB via Getty Images)

In Lombardia per la regola del distanziamento in tanti reparti i posti sono ridotti del 15%, in Lazio si comincia ad avvertire una pressione sui ricoveri ordinari, in Campania, dopo quello di Napoli, sono pronti ad attivare i Covid hospital di Caserta e Salerno. In tutta Italia i posti da realizzare nelle terapie intensive sono ancora numeri sulla carta e mancano circa tremila anestesisti rianimatori. I numeri del contagio continuano a crescere - ieri la nuova impennata con 3678 casi - l’età media dei contagiati e l’allerta salgono, il Governo ribadisce la preoccupazione e stringe su regole e controlli e giorno dopo giorno l’interrogativo si fa più pressante: gli ospedali, la prima linea dei mesi più critici dell’epidemia, sono pronti per affrontare una possibile seconda fase dell’ondata in risalita? In tante strutture ospedaliere si lavora per farsi trovare il più possibile pronti, ma per ora la risposta è no. Non ancora, almeno.

Per cercare di capire a che punto siamo HuffPost ha concentrato l’attenzione su quanto si sta facendo, anche alla luce dell’evoluzione del contagio, in Lombardia, Lazio e Campania, regioni simbolo dell’emergenza sanitaria in corso nel Paese anche per l’incremento dei numeri dei nuovi casi con cui si sono trovate a dover fare i conti negli ultimi tempi.

Terapie intensive, i nuovi posti sono sulla carta. C’è però una questione che riguarda tutto il Paese ed è quella relativa alla realizzazione dei nuovi posti, 5500 - si arriva a 7500 calcolando anche quelli della subintensiva - da riservare ai pazienti che vanno intubati: 3443 in terapia intensiva e 4123 in subintensiva - la metà, all’occorrenza, potrà essere trasformata in terapia intensiva. Un’operazione di 1,1 miliardi, stanziati dal Governo nel decreto Rilancio, che si realizzerà - 457 gli ospedali coinvolti, 176 le aziende sanitarie - attraverso 84 accordi quadro da sottoscrivere con le imprese, declinati a seconda degli interventi da realizzare nelle varie regioni. Le offerte dovranno essere presentate entro il 12 ottobre, poi scatteranno i dieci giorni necessari per le aggiudicazioni. I lavori, quindi, non sono ancora partiti. E delle Regioni la metà ha già chiesto la delega per procedere da sole - Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Campania, Abruzzo, Puglia e Sicilia senza neanche il supporto della struttura commissariale, che invece ci sarà per Liguria, Emilia-Romagna, Veneto, Bolzano e Trento.

In attesa dell’avvio dei cantieri, previsto per fine ottobre, il commissario straordinario per l’emergenza, Domenico Arcuri, sta per lanciare la richiesta di offerta pubblica per l’acquisto di attrezzature e materiali per aumentare la dotazione degli ospedali e far funzionare i letti delle terapie intensive. Ma il tempo stringe e ci si chiede se si riuscirà a realizzare i piani elaborati da Governo, Ministero della Salute e Regioni, scongiurando il rischio che l’eventuale risalita della curva dei contagi possa abbattersi sugli ospedali, travolgendoli come è accaduto in tante parti del Paese da febbraio ad aprile. E dall’Aaroi- Emac, il sindacato che rappresenta oltre undicimila tra anestesisti, rianimatori ospedalieri e medici dell’emergenza italiani, il presidente nazionale Alessandro Vergallo denuncia la carenza di organico negli ospedali del Paese e chiede “un provvedimento di riordinamento strutturale della professione “che consenta di arruolare colleghi degli ultimi due anni di specializzazione, come è accaduto con il decreto del 9 marzo scorso, che ha permesso il reclutamento di circa mille anestesisti rianimatori”. Da Nord a Sud, oggi in servizio nei nostri ospedali ce ne sono 18.000, “per fare tutto in maniera ordinata, tolti i 1000 reclutati da marzo, secondo le nostre stime ne servirebbero altri 3000”, spiega il presidente del sindacato. Auspicando, per quel che riguarda la realizzazione dei nuovi posti di terapia intensiva, “interventi che rispettino i criteri di separazione tra reparti Covid e reparti Covid free”. Quanto al grado di “prontezza” delle regioni nel fronteggiare una nuova ondata dell’emergenza Covid sul fronte ospedaliero, “la nostra percezione - fa notare Vergallo - è che le regioni che hanno già affrontato la tempesta siano più preparate. In generale, non percepiamo la stessa capacità di reazione in tutto il Centro-Sud”. Esistono dunque due velocità nel Paese? Rispetto ai mesi di marzo - aprile negli ospedali è cambiato qualcosa? Andiamo a vedere.

Lombardia, cantieri e tagli da distanziamento. “Sicuramente il Covid19 ha portato a una grande attenzione all’igiene, per cui nei nostri ospedali registriamo un abbassamento significativo delle infezioni batteriologiche o virali tipiche degli ambienti ospedalieri”, spiega Marco Trivelli, direttore generale della Sanità in Lombardia. Le terapie intensive per ora reggono - 1200 i nuovi posti da realizzare quando, ultimato il bando in corso, partiranno i lavori - e non si registrano particolari criticità “anche perché - puntualizza Trivelli - il 95% dei contagiati è gestito a domicilio”. Soprattutto attraverso il monitoraggio a distanza - la “telemedicina” - attivato da fine luglio con una delibera regionale apposita, “che - spiega il direttore generale - permette agli specialisti ospedalieri di seguire migliaia di pazienti”. Negli ospedali lombardi si sottopone a tampone chi manifesta sintomi di possibile contagio o chi deve ricoverarsi o sottoporsi a esami e interventi invasivi e intanto si fanno i conti con le regole anti contagio. Quella del distanziamento, soprattutto, che “con i letti a di 1,5 metri uno dall’altro ha ridotto i posti del 15% - dice Trivelli - in molte strutture non si viaggia al 100% delle capacità, per cui interi reparti si ritrovano con aree chiuse e in tanti ospedali si stanno riaprendo spazi prima inutilizzati”. In altri, invece, sono aperti i cantieri per rendere le strutture “a misura di regole anti Covid”.

È il caso dell’ospedale di Cremona - uno dei 17 hub di terapia intensiva della regione - dove dalla metà di ottobre la tenda della Protezione Civile, allestita all’esterno nei mesi dell’emergenza, cederà il posto a un prefabbricato: da provvisoria la postazione, utilizzata come accettazione pronto soccorso, diventerà stabile. Si sta ridisegnando la viabilità esterna per facilitare, anche per ambulanze e mezzi ospedalieri, la distinzione tra percorsi Covid e Covid free e nei reparti di malattie infettive e pneumologia ci saranno aree riservate ai pazienti Covid.

Quanto ai controlli sul personale, ogni 15 giorni vengono sottoposto a tampone gli operatori sanitari che lavorano a contatto con i pazienti oncologici e all’ingresso, a tutti quelli che entrano nelle strutture dell’ospedale viene misurata la temperatura. “Da maggio a oggi nessuno dei 2400 operatori si è ammalato - spiega ad HuffPost il direttore sanitario, Rosario Canino, costretto anche lui a fare i conti con i tagli imposti dal distanziamento. “A Cremona siamo con 120 posti letto in meno e sta cominciando a essere un problema - taglia corto Canino - a Cremona i 450 posti attivi sono occupati, stiamo trasferendo molti pazienti nel presidio ospedaliero di Oglio Po”.

Lazio, la carta vincente delle dimissioni assistite. “Pressioni sui ricoveri ordinari” - spiega una fonte dalla Regione - si cominciano ad avvertire anche in Lazio, “specie nei reparti di malattie infettive”. Sulla base dell’evoluzione del contagio - che nelle ultime settimane ha fatto registrare anche aumenti record - per questa che è stata definita “fase VI”, è stato elaborato un piano di revisione della rete ospedaliera che prevede un nuovo assetto con 1127 posti letto (malattie infettive, terapie intensive e subintensive). Anche per i mesi a venire, come si è fatto nella fase critica dell’emergenza, si punterà su quella che in Regione viene considerata “la carta vincente” e cioè la dimissione delle persone “clinicamente guarite” in strutture alberghiere assistite, in modo da liberare posti negli ospedali.

Oltre agli alberghi, già attivi, di Villa Primavera, Casa San Bernardo, Urban, saranno individuate nuove strutture “da dedicare, preferenzialmente, alle dimissioni da ospedale”, si legge nel piano della Regione. Mentre la struttura “Francalancia” sarà dedicata alle persone in transito o in isolamento domiciliare. L’obiettivo, da realizzare entro questo mese, è di avere una disponibilità di circa 500 posti. Negli ospedali della regione gli operatori sanitari vengono sottoposti a test ed esami ciclicamente e tutti i reparti Covid sono stati aperti previa formazione del personale, validazione dei percorsi e controlli sui dispositivi sicurezza a cura dell’Istituto Spallanzani. Al momento non sono state segnalate criticità per l’occupazione delle terapie intensive. “Non ci risultano difficoltà, il sistema regge”, assicurano dalla Regione.

Campania, i Covid hospital modulari asso nella manica? “Nessuna emergenza per i posti letto disponibili, sia di terapia intensiva sia di degenza ordinaria”, anche per la Campania. Almeno stando alle rassicurazioni dell’unità di crisi regionale. I contagi, intanto, continuano a crescere mentre il Governatore Vincenzo De Luca - “sempre orientato allo scenario peggiore”, commentano dal Palazzo della Regione - adotta misure via via più restrittive e vieta a medici e dirigenti della sanità pubblica di parlare con i giornalisti. “Per evitare la diffusione di notizie distorte e spesso non rispondenti alla realtà, l’unita di crisi è a disposizione con un proprio referente per fornire tutte le informazioni richieste”, si legge in una nota dell’organismo regionale. Due giorni fa, erano occupati 47 dei 92 posti di terapia intensiva disponibili, 460 dei 555 di degenza. E l’unità di crisi assicurava che si sarebbe completato “pienamente entro le prossime 48 ore la Fase 3” - alcuni in Regione la chiamano anche “Fase C” - che prevede l’attivazione di 600 posti letto di degenza, 200 di sub-intensiva e 200 di terapia intensiva. Entro 48 ore tutto questo sarà operativo” perché “si lavora in maniera progressiva, in relazione alla crescita dei contagi. Sarebbe del tutto irragionevole - spiegava una nota - realizzare centinaia di posti letto, riducendo altri servizi, in assenza di domanda”.

L’asso nella manica, che secondo tecnici ed esperti della task force consentirebbe di vincere la partita qualora la situazione dovesse peggiorare ancora sono i tre Covid Hospital modulari, realizzati a Napoli, Caserta e Salerno nei mesi critici dell’emergenza, che dall’unità di crisi assicurano “pronti e già attivabili in caso di necessità”. Quello di Napoli è già stato aperto - sono attivi 28 posti letto di degenza e 12 di terapia intensiva - gli altri due potranno esserlo all’occorrenza.

Tutti i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari degli ospedali della Campania sono sottoposti a tamponi e a screening periodici “e - assicurano dalla Regione - saranno i primi a ricevere il vaccino antinfluenzale, che abbiamo ordinato sin da aprile e presto arriverà”. Già, quando arriverà? Ma questa è un’altra storia e non riguarda solo la Campania.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.