Gli Usa non sanno bene che fare con Erdogan

francesco russo

La spregiudicatezza con la quale si è mosso in politica estera, una volta tramontata del tutto la possibilità di entrare nell'Unione Europea, ha finora portato fortuna a Erdogan. Ha cavalcato l'onda delle primavere arabe senza essere travolto dal riflusso. Ha flirtato con i jihadisti nel sanguinoso risiko siriano per poi sedersi al tavolo della pace, dove è un interlocutore indispensabile. È riuscito a utilizzare la crisi migratoria come strumento di pressione nei confronti di una Ue che non può più permettersi di trattarlo con sufficienza. Si è scontrato duramente con Vladimir Putin per poi riuscire a costruirci rapporti di una cordialità che appena un anno fa sarebbe stata inconcepibile. Partner per molti, alleato di nessuno. Giocando sempre su più tavoli, con disinvoltura da biscazziere consumato. E gli è sempre andata bene. 

Il nuovo azzardo del presidente turco è ancora più ambizioso: continuare ad approfondire i legami economici e militari con Mosca restando a pieno titolo un membro della Nato. Lo scorso 12 luglio ad Ankara sono arrivati i primi pezzi del sistema di difesa antimissilistico russo S-400. Non era mai accaduto che un membro dell'Alleanza Atlantica acquistasse armi dal Cremlino. Come risposta, Washington ha comunicato l'esclusione della Turchia del programma di caccia multiruolo F-35, nel timore che questi possano diventare tracciabili dalla Russia. 

Il caso F-35

I risvolti economici della rottura non sono indifferenti: Ankara aveva ordinato 100 esemplari dell'aereo e le aziende turche ne producono oltre 900 componenti. Una legge del 2017 consentirebbe inoltre agli Usa di sanzionare la Turchia per aver fatto affari con il Cremlino nel comparto militare, e Washington non ha mancato di ricordarlo a Erdogan. Il quale ha atteso undici giorni per replicare, parlando a un iniziativa dell'Akp, il partito che guida. 

"Non ci state dando gli F-35? Bene, allora scusateci ma dovremo rivolgerci altrove". Facile immaginare da chi. La Rostec, il gruppo statale russo della Difesa, ha già fatto sapere di essere pronto a fornire alla Turchia i suoi jet SU-35. Ankara ha smentito che siano in corso trattative in materia e ha assicurato di essere interessata solo agli F-35. E, se la Turchia non rientrerà nel programma, non si limiterà a comprare da Mosca anche i caccia. Erdogan ha infatti alluso alla possibilità di cancellare una commessa con Boeing da 100 velivoli, per un valore di 10 miliardi di dollari. Abbastanza per infliggere un colpo non trascurabile a un campione nazionale americano che ha già i suoi problemi, dopo il caso dei 737 Max. La Casa Bianca può lasciare che si rovinino a tal punto le relazioni con quello che era stato un alleato un tempo così solido?

Le ragioni di tale deterioramento non riguardano solo la Siria, dove gli Stati Uniti hanno sostenuto i miliziani curdi dell'Ypg, che Ankara considera terroristi. C'entra anche il tentato golpe del 2016, dietro il quale Erdogan vede il chierico Fetullah Gulen, autoesiliatosi nel 1999 negli Stati Uniti, dove il presidente turco ritiene goda di appoggi molto in alto. Erdogan, quindi, ha smesso da tempo di fidarsi degli Stati Uniti. E per gli Stati Uniti non esiste al momento una soluzione davvero vantaggiosa. Se risponderanno con durezza, per Ankara sarà la prova definitiva che gli Usa le sono ostili. Se lasceranno correre, Erdogan avrà l'ennesima conferma che la sua politica di strappi e provocazioni paga. 

La prudenza di Trump

Ciò spiega la prudenza con la quale ha reagito Donald Trump che, tenendo ancora una volta a bada i falchi della sua amministrazione, ha evitato di esporsi sulla possibile imposizione di sanzioni. Interpellato sul caso degli S-400, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che Ankara è stata trattata in maniera "non equa" e di non voler "dare la colpa alla Turchia" perché "ci sono un sacco di fattori" da considerare e si tratta di una "situazione difficile". Un approccio prudente che ha portato Erdogan ad affermare di confidare nella "ragionevolezza" delle autorità statunitensi. 

Una via d'uscita semplice non c'è. Ma una rottura avrebbe come unico risultato avvicinare ulteriormente la Turchia all'orbita russo-cinese (ancora lo scorso luglio, Erdogan e Xi Jinping hanno discusso di un coordinamento tra il progetto della nuova Via della Seta e la Middle Corridor Initiative turca). E Washington non se lo può permettere.