Governare il futuro. Anche le big tech sbagliano e quando accade paghiamo tutti

·4 minuto per la lettura

Lunedì Facebook, Instagram e Whatsapp sono rimasti inutilizzabili per sei ore in tutto il mondo.

E nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo la notizia che milioni di dati personali di altrettanti utenti sono stati lasciati in balia degli eventi, a causa di un errore, da Twitch, la piattaforma di video streaming di casa Amazon.

La misura del disastro digitale seguito allo shutdown dei servizi targati Facebook l’ha offerta, forse meglio di migliaia di parole, il video diffuso via Twitter dal portavoce del Governo della Tanzania che, durante lo shutdown, ha invitato i cittadini a restare calmi, rassicurandoli sulla rapida riattivazione dei servizi.

Parole analoghe a quelle che, probabilmente, sarebbero state utilizzate se una catastrofe naturale avesse reso inutilizzabili la rete viaria, quella elettrica, quella idrica o quella telefonica o tutte queste reti messe insieme.

Lo shutdown delle App controllate dalla società di Menlo Park, in effetti, ha, letteralmente, messo in ginocchio il mondo nel quale – sebbene con livelli di intensità diversi – specie post-pandemia, la vita di miliardi di persone e centinaia di milioni di attività commerciali, ormai, dipende dal funzionamento di applicazioni come Facebook, Instagram o Whatsapp.

Lunedi, secondo Netblocks.org l’impatto economico dello shutdown di casa Facebook ha prodotto, solo nell’Unione Europea, danni per oltre centosettanta milioni di dollari.

Quasi venti milioni di dollari sarebbero andati in fumo solo in Italia.

Nel mondo il costo del disastro digitale di lunedì avrebbe sfondato la soglia degli ottocento milioni di euro.

Ovviamente, Facebook non ha mai promesso a nessuno – Governi inclusi – la disponibilità ininterrotta dei propri servizi e non esistono servizi tecnologici, inclusi quelli dei giganti, sottratti al rischio di un momento, più o meno lungo, di malfunzionamento.

E, naturalmente, neppure si può dire che non esistano alternative tecnologiche e commerciali ai servizi che Facebook ci offre perché esistono eccome.

Anche a prescindere dal fatto che le reti telefoniche di ieri ancora funzionano regolarmente e potrebbero essere usate per fare telefonate o mandare i vecchi e cari sms, gli app store di Apple e Google sono pieni di applicazioni di messaggistica, social networking e condivisione di immagini funzionalmente identiche a Whatsapp, Facebook e Instagram.

E, però, la più parte del mondo ha passato quelle sei ore a “tappare” sullo schermo di smartphone e tablet in attesa che le applicazioni di Zuckerberg tornassero a funzionare.

Considerazioni analoghe valgono per l’errore di configurazione del server che – sebbene con contorni ancora tutti da chiarire – avrebbe fatto si che i dati personali di milioni di persone siano stati, nella sostanza, riversati nel mare della Rete alla mercé di chiunque.

Anche se, forse, in questo caso, non è così scontato escludere ogni responsabilità di Twitch nei confronti degli utenti che hanno visto i loro dati cadere in pubblico dominio.

Thierry Breton Commissario europeo al mercato interno durante lo shutdown di Facebook ha twittato: “A chiunque nello spazio digitale globale può capitare uno shutdown. Gli europei meritano una migliore #resilienza digitale tramite regolamentazione, concorrenza leale, connettività più forte e sicurezza informatica. Lavori in corso”.

E in tanti, in giro per il mondo, tra i rappresentanti delle Istituzioni, della società civile e delle imprese hanno almeno pensato – ma in molti casi detto o twittato – la stessa cosa: nessun Paese, nessun cittadino, nessuna impresa dovrebbe restare esposta al rischio di ritrovarsi così fragile e impotente solo perché i servizi di un Gruppo privato non funzionano per una manciata di ore.

Anche perché, in questo caso, quei servizi non hanno funzionato per un problema tecnico che la stessa Facebook ha subito e del quale avrebbe fatto certamente a meno ma, naturalmente, l’effetto sarebbe stato lo stesso se qualcuno in casa Facebook, per una ragione qualsiasi, avesse deciso di spegnere un interruttore.

E lo stesso vale per quanto accaduto in casa Amazon.

Scenario apocalittico e fantascientifico potrebbe dire qualcuno.

Ma, probabilmente, fino a qualche mese fa avremmo pensato la stessa cosa davanti all’eventualità che non uno ma tutti i giganti del web condannassero all’ostracismo digitale il Presidente in carica – anche se all’epoca ancora per poco – degli Stati Uniti d’America.

Poi però Donald The Trump, ancora Presidente del Paese che a quei giganti ha dato i natali e tycoon dell’economia globale è stato messo alla porta dell’universo digitale senza troppi complimenti e oggi spera che un qualche Giudice possa ordinare almeno ad uno dei giganti el web di riammetterlo.

E’, semplicemente e drammaticamente, uno dei tanti volti dell’oligopolio tecnologico sul quale si reggono i nostri mercati, le nostre democrazie e le nostre vite.

 

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli