Governare il futuro. Crittografia e contrasto alla pedopornografia online: il dibattito è aperto

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Facebook annuncia di voler estendere la crittografia a tutte le proprie piattaforme e le forze dell’ordine reagiscono sostenendo che significherebbe la fine del contrasto alla pedopornografia online.

È uno di quei casi nei quali, probabilmente, c’è una sola posizione inaccettabile e non condivisibile ed è quella di chi si dice sicuro di avere la risposta giusta in tasca e si schiera senza esitazioni da una parte o dall’altra della barricata perché il problema esiste, è enorme e va affrontato ora, valutando, ponderando, bilanciando i diritti e gli interessi in gioco, tutti egualmente preziosi, tutti difficilmente sacrificabili.

Il punto di partenza, semplificato il più possibile per consentire a tutti di partecipare a un dibattito che sarebbe bello fosse il più aperto e partecipato possibile e non limitato ai soliti addetti ai lavori di sempre è questo: la tecnologia oggi consente di rendere inaccessibile o davvero molto difficilmente accessibile, anche alle forze dell’ordine, il contenuto di ogni comunicazione tra due o più persone attraverso qualsiasi piattaforma digitale che si tratti di una chat, di una chiamata vocale o di una videochiamata.

È, naturalmente, un’ottima notizia per la privacy e la riservatezza delle nostre comunicazioni specie in una stagione nella quale, troppo spesso, si è assistito e si assiste a intromissioni illegittime nella nostra vita privata da parte di soggetti pubblici e privati.

E, buona notizia nella buona notizia, le big tech, in questo caso Facebook in testa, hanno sempre più chiaro che se vogliono continuare a poter contare sulla fiducia dei loro utenti devono garantire loro, tra l’altro, quanta più riservatezza possibile.

Ma, come spesso capita nell’universo digitale, non ci sono rose senza spine.

E le spine della rosa della crittografia c.d. end to end, ovvero quella per effetto della quale nessuno ma proprio nessuno ha la chiave per accedere al contenuto di una comunicazione elettronica salvo chi la invia e chi la riceve, è rappresentata dalla circostanza che i margini di collaborazione tra fornitori dei servizi di comunicazione e forze dell’ordine, anche quando queste ultime agiscono per il contrasto a fenomeni odiosi come la pedopornografia, si riducono al lumicino e, anzi, secondo alcuni, a un lumicino spento perché, evidentemente, nessuno il proprietario dei binari sui quali corrono i vagoni che trasportano le comunicazioni e quello dei vagoni medesimi è in grado di consentire a un poliziotto di salire a bordo e dare un’occhiata all’interno.

E, quindi, ancora una volta semplificando forse più del lecito, ci si ritrova davanti a un bivio: da una parte garantire la riservatezza delle comunicazioni elettroniche a miliardi di persone in tutto il mondo, persone che, naturalmente e per fortuna, nella più parte dei casi usano questi servizi per condividere idee, opinioni, contenuti e pensieri assolutamente leciti e, dall’altra ostacolare in maniera oggettivamente significativa il contrasto, tra l’altro, al più odioso, animale, inaccettabile di tutti i crimini ovvero l’abuso sessuale – poco conta se fisico o digitale – su un bambino, su decine di milioni di bambini visto che come ricorda la polizia americana, solo nel 2020 e solo su Facebook sono stati venti milioni i contenuti segnalati come aventi carattere pedopornografico.

Purtroppo, sempre continuando a voler semplificare una questione straordinariamente complessa nella speranza di ampliare il perimetro del dibattito, non ci si può sottrarre a una scelta e cercare una terza via perché, allo stato della tecnologia, non esiste.

Quale è la strada giusta, quella da imboccare?

Parliamone, discutiamone, nelle sedi tecniche e in quelle meno tecniche purché si arrivi in fretta a una decisione che sarebbe bello, peraltro, fosse una decisione dei decisori pubblici assunta secondo le regole democratiche, anziché una decisione del mercato.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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