Governare il futuro. I dati degli utenti di un sito per adulti a disposizione di tutti

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Non è la prima volta che succede e non sarà l’ultima: i dati degli utenti di un sito per adulti sono rimasti per mesi alla mercé di chiunque in rete. Tremano le e gli infedeli e non solo loro. Si chiama Stripchat ed è un servizio, nomen omen, che consente di assistere a strip di uomini e donne o, se si vuole osare di più, di spogliarsi davanti a uomini e donne. Una mecca proibita per milioni di utenti in tutto il mondo.


Vale la pena ricordare che niente, ma niente davvero – forse tolti un paio di social network globali - online raccoglie più pubblico dei siti per adulti.
Basti pensare che i primi cinque siti per adulti più visitati al mondo, in un mese, raccolgono una media di dieci miliardi di visite.
Ora è accaduto che un webmaster distratto di StripChat ha lasciato, per così dire, aperta la porta del database che ospita i dati dei milioni di utenti della piattaforma con la conseguenza che, chiunque, ha potuto entrare, guardare e estrarre un carico straordinariamente prezioso di dati personali.
Nomi utenti, indirizzi mail, abitudini e gusti sessuali, assiduità di frequentazione della piattaforma e tanto tanto di più.

Facile immaginarsi cosa potrebbe accadere con questo carico di dati personali nelle mani sbagliate.
Ricatti, estorsioni, minacce. Io so della tua infedeltà, quanto vale il mio segreto?
È la mail che qualcuno, nei prossimi giorni potrebbe ricevere. Conosco il tuo vizietto, vuoi che lo sappiano tutti o preferisci pagarmi qualche migliaio di euro, magari, in Bitcoin? Magari sarà la mail di qualcun altro. Peccato tu non abbia scelto di fare outing prima ora se non mi paghi abbastanza mi toccherà farlo al posto tuo, potrebbe sentirsi dire qualcuno altro sui social.


E le vittime saranno padri e madri di famiglia che, magari, avranno ceduto una volta sola, una soltanto, alla tentazione e al gusto della trasgressione.
O saranno i loro figli annoiati e reclusi in casa nei giorni della pandemia.
Ma potrebbero anche essere personaggi politici o manager d’azienda che, magari, hanno scelto di non raccontare al mondo la loro inclinazione sessuale.
E, in questo caso, le conseguenze di ricatti, minacce e estorsioni potrebbero essere ancora più gravi perché non necessariamente chi è entrato in possesso dei dati in questione chiederà solo denaro. Potrebbe chiedere favori, esercitare pressioni indebite sul governo della cosa pubblica o chissà cos’altro.
Quel che è stato è stato, ormai e c’è poco, ma poco davvero che si possa fare per ricondurre gli agnelli nell’ovile o meglio i dati al loro posto e al sicuro.
E però qualcosa, a livelli diversi, dobbiamo impararlo da questa ennesima lezione. Innanzitutto che poco o nulla di quello che facciamo online può essere considerato segreto per davvero. Un’altra lezione dovrebbe arrivare forte e chiara all’indirizzo dei siti per adulti: un tempo i locali per adulti erano posti tendenzialmente malfamati in cui tutto, tranne la trasgressione, era poco curato.
Oggi, nella dimensione digitale, è bene che sia il contrario: questi sono i siti che dovrebbero offrire al loro pubblico le più alte garanzie in termini di sicurezza, riservatezza, protezione dei dati personali perché se qualcosa va storto sotto questi profili le conseguenze per le persone possono superare la più drammatica delle immaginazioni.


Ma c’è una lezione anche per le istituzioni: forse è arrivato il momento di occuparsi di quello che succede in questi siti più di quanto non si sia fatto sin qui un po’ perché spesso ci si sente impotenti davanti a giganti – perché tali sono molti dei fornitori online del settore – che si sono stabiliti in Paesi variamente canaglia e un po’ perché si considerano queste questioni di serie B, quasi che gli utenti di queste piattaforme meritassero meno tutela degli utenti delle grandi piattaforme di social network, dei siti di e-commerce o di quelle di home banking.

E poi un’ultima lezione anche per gli utenti. Dire di non frequentare questi siti sarebbe inutile. Ma se si sceglie di frequentarli, almeno, adottiamo qualche cautela. Un indirizzo mail dedicato e non quello di lavoro. Una password che non usiamo per altri servizi. Niente nome e cognome reale e, se possibile, non mettiamoci la faccia almeno fino a quando non siamo certi – cosa difficile assai – che sia a disposizione solo di un interlocutore del quale ci fidiamo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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