Governare il futuro. Davvero la privacy dei rifugiati vale così poco?

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La notizia rimbalza dalla Giordania dove sembra che, nei campi gestiti dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, per comprare cibo e ritirare denaro al bancomat questi ultimi siano identificati attraverso l’iride.

Decine di migliaia di rifugiati, ogni giorno, si metterebbero in fila davanti ad appositi dispositivi, spalancherebbero gli occhi e si farebbero leggere l’iride per farsi identificare e, quindi, accedere ora a soldi, ora a cibo.

Prima di alzare le spalle e ritenere che sia tutto normale o, magari, addirittura moderno e efficiente vale la pena fermarsi a pensare un istante che l’impronta dell’iride è un dato biometrico ovvero un dato biologicamente univoco che identifica una persona e dunque uno dei dati personali che è più pericoloso cada nelle mani sbagliate perché a differenza di una password è, semplicemente, insostituibile.

Ci sarà, d’altra parte, una ragione per la quale, con poche, comunque preoccupanti eccezioni, nel mondo libero, per fortuna, l’identificazione delle persone attraverso l’iride non è utilizzata né nei supermercati, né agli sportelli bancomat.

Eppure, evidentemente, farebbe comodo anche li, anzi, forse ancora più comodo visto il maggior numero di utenti di quei servizi.

È per questo che lascia perplessi l’idea che addirittura l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati – e, dunque un soggetto che fa della difesa dei diritti umani la propria ragione di vita – abbia scelto di adottare quale soluzione per identificare i rifugiati e consentire loro di comprare cibo e ritirare denaro un sistema basato, appunto, sulla identificazione dei rifugiati attraverso l’impronta dell’iride.

Per carità, pare che chi voglia, può rifiutarsi di farsi identificare attraverso l’iride ma, in questo caso, comprare cibo e ritirare denaro diventa incredibilmente più difficile, tanto più difficile che l’80% dei rifugiati presenti nei campi della Giordania non si sarebbe opposto.

Senza dire che se fossimo rifugiati in un campo e chi lo gestisce ci dicesse di seguire certe regole o, anche, semplicemente, ce lo suggerisse forse, faremmo fatica a opporci.

Anche perché è difficile che un rifugiato abbia un tale livello di cultura della privacy da cogliere i rischi ai quali si espone utilizzando una soluzione, peraltro straordinariamente facile da usare, come quella dell’identificazione basata sul proprio riconoscimento attraverso l’impronto dell’iride.

Eppure i rischi sottesi al ricorso al riconoscimento attraverso l’iride per ritirare cibo e denaro sono enormi giacché, nella sostanza, il presupposto per il loro funzionamento è la raccolta di una quantità enorme di dati biometrici che se cadessero nelle mani sbagliate potrebbero compromettere, in maniera irreparabile e per sempre, la vita di una persona.

Basti pensare a quello che sta accadendo in Afghanistan con le tecnologie e i dati per il riconoscimento biometrico lasciate a Kabul dagli americani e oggi usate dal nuovo Governo per identificare chi, avendo collaborato con gli americani, rappresenta un possibile oppositore.

L’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite si difende dalle critiche degli attivisti della privacy dicendo che in assenza di una simile soluzione si assisterebbe a un numero enormi di frodi.

Ma non sembrano esserci, almeno allo stato, studi, ricerche e dati che supportano tale circostanza e, comunque, l’assenza di altre soluzioni idonee a garantire analogo risultato ma attraverso il ricorso a soluzioni meno invasive.

E aggiunge che, comunque, la soluzione sarebbe presidiata da elevati livelli di sicurezza.

E, magari, sarà anche così, fino a quando sarà nelle mani giuste.

Ma se un giorno quei campi fossero abbandonati e la soluzione non più manutenuta? I dati biometrici di centinaia di migliaia di rifugiati magari resterebbero li, alla mercé di un Governo o di chissà chi.

L’impressione – non più di questo per carità – è che si sia ceduto al principio, sempre più diffuso, secondo il quale tutto ciò che è tecnologicamente possibile deve considerarsi anche giuridicamente legittimo e democraticamente sostenibile.

Insomma visto che esisteva una soluzione tecnologica facile da usare e, effettivamente, capace di risolvere il problema, si è scelto di usarla senza porsi tante domande sul se e quanto essa fosse rispettosa della privacy dei rifugiati.

E c’è da sperare che la scelta non sia stata assunta anche con la riserva mentale che, tanto, si tratta “solo” di rifugiati e, magari, che la loro privacy conta meno di quella di un cittadino che si trovi in uno status diverso.

Brutto, bruttissimo pensare che la privacy di qualcuno vale di meno di quella di qualcun altro.

C’è da augurarsi che all’Agenzia dell’ONU per i rifugiati semplicemente non si fossero posti il problema e, ora che è emerso, lo affrontino e risolvano ricorrendo a una soluzione diversa.

Anche perché, tra l’altro, in caso contrario sarebbe difficile non pensare che qualcuno, addirittura alle Nazioni Unite, pensa vi siano diritti fondamentali di serie A e diritti fondamentali di serie B.

 

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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