Governare il futuro. Gli investitori contro Snapchat per colpa di Apple

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Era chiaro sarebbe stato solo questione di tempo e ora sta accadendo.

Il primo investitore pubblicitario ha appena trascinato la prima app in tribunale perché per colpa di Apple – si fa per dire perché le responsabilità sono tutte da accertare – non ha avuto abbastanza informazioni sull’efficacia delle proprie campagne.

Qualche settimana fa Snap, la società che gestisce Snapchat, il popolare socialnetwork per immagini, aveva annunciato che il suo quarto trimestre era andato meno bene delle previsioni in buona parte a causa della nuova soluzione messa in campo da Apple per garantire agli utenti il diritto di opporsi al tracciamento da parte dei gestori delle app e dei loro investitori pubblicitari.

Nessuna recriminazione di Snap verso Apple ma la semplice pacata constatazione che la soluzione di casa Apple per garantire più privacy agli utenti aveva un impatto significativo sul mercato pubblicitario.

Ne avevo parlato anche qui perché era già evidente che la questione non sarebbe finita li.

E così è stato.

La settimana scorsa, infatti, un investitore pubblicitario ha trascinato Snap davanti ai Giudici californiani sostenendo che contrariamente alle rassicurazioni ricevute la società non è riuscita a garantirgli un adeguato livello di informazioni in relazione all’efficacia dei propri investimenti pubblicitari.

In sostanza, mentre fino a qualche mese fa, Snap – come d’altra parte la più parte dei gestori di analoghi servizi e applicazioni – erano in grado di garantire ai propri investitori pubblicitari un’adeguata rendicontazione relativa all’impatto di una campagna sugli utenti, oggi, a causa della soluzione anti-tracking messa in campo da Apple, questo non è più possibile o, almeno, non è più possibile con il livello di dettaglio del passato.

La questione è solo apparentemente da addetti ai lavori perché in realtà è destinata ad avere un impatto enorme sui mercati digitali, mercati nei quali la raccolta e circolazione di informazioni sull’impatto della pubblicità è, ormai da anni, un elemento essenziale.

Cosa accadrà ora?

La causa appena promossa nei confronti di Snapchat suggerisce che gli investitori non sono disponibili a pagare quello che hanno pagato sin qui senza avere certezza di poter monitorare, come fatto sin qui, l’efficacia dei loro investimenti.

Nella sostanza – anche se estremizzando u po’ - si tratta di un ritorno al passato, a quado si investiva sui giornali, le radio e le televisioni, si compravano spazi e minuti per campagne più o meno importanti facendo affidamento su proiezioni, aspettative, statistiche e speranze.

L’app economy può reggere a una contrazione degli investimenti pubblicitari di questa portata?

E se non potesse reggere, nella sostanza, staremmo dicendo che l’attuale assetto del mercato non è compatibile con regole e tecnologie che consegnano, per davvero, a utenti e consumatori la libertà di scegliere se cedere o non cedere un po’ dei loro dati personali.

Perché appena si consegna ai consumatori uno strumento che consente loro di scegliere per davvero cosa fare della loro privacy i conti non tornano.

Ma il problema, in effetti, non è solo questo.

Ce n’è un altro che rende la vicenda giudiziaria appena iniziata davanti ai Giudici della California particolarmente interessante.

Perché mentre è difficilmente contestabile che Snapchat e tutte le altre app che girano su smartphone e tablet di casa Apple, per il momento, hanno da offrire ai loro investitori meno che in passato, questo non vale per la stessa Apple o per Google e, per ragioni diverse, per Facebook che continuano a disporre di una quantità enorme di informazioni da condividere con gli investitori pubblicitari.

Insomma, il rischio all’orizzonte è che l’iniziativa di Apple per quanto capace innegabilmente di consegnare ai consumatori più privacy finisca con il concentrare ancora di più il mercato della pubblicità digitale nelle mani dei soliti noti.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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