Governare il futuro. Gli Usa continuano a essere i più golosi dei dati degli utenti delle big tech

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Il Governo americano, nel primo quadrimestre del 2020, ha chiesto quasi settantamila volte alle big tech – e, in particolare a Apple, Facebook e Twitter – i dati dei loro utenti per una serie di ragioni diverse.

Tanto tanto di più di ogni altro Paese al mondo. Seguono la Francia, la Germania e l’Inghilterra. La prima con quasi 25 mila richieste, la seconda con quasi 14 mila e la terza con circa 10 mila.

In effetti, quindi, se si raffronta la popolazione tedesca – circa 83 milioni di abitanti – con quella statunitense – circa 330 milioni – il Governo di Berlino appare curioso almeno quanto quello di Washington.

Ben distanziati gli altri Paesi, tra i quali il nostro con 3 mila richieste che, comunque, in quattro mesi, non possono dirsi poche.

Tanto per avere un’idea in Canada e Sud Corea, nello stesso periodo, le richieste sono state rispettivamente circa 2 mila e circa mille e cinquecento.

I dati sono stati aggregati dalla Tech Robot semplicemente incrociando quelli resi disponibili da Apple, facebook e Twitter, nei loro transparency report.

Sono dati – né nuovi, né originali – che, tuttavia, tratteggiano un contesto nel quale è difficile negare che la privacy sia esposta a una compressione costante in nome di una pluralità di interessi diversi dei quali agenzie governative e forze dell’ordine si fanno portatori nei confronti delle big tech le quali, dal canto loro, nei propri termini d’uso si affrettano a sottolineare di non consegnare ai Governi nulla di più di quanto, di volta in volta, ritengono che questi abbiano, leggi alla mano, diritto a ottenere.

Ma i dati in questione sono anche particolarmente interessanti ai fini del dibattito in corso tra Stati Uniti e Europa a seguito della sentenza con la quale, lo scorso anno, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha messo nero su bianco, per la seconda volta in una manciata di anni, che gli USA non rappresentano un approdo sicuro per i dati personali dei cittadini europei proprio a causa della facilità con la quale il Governo di Washington chiederebbe e otterrebbe dati personali dalle big tech.

Sotto un certo profilo le preoccupazioni dei Giudici di Lussemburgo escono confermate dai numeri che rimbalzano dai report delle tre società.

Ma, al tempo stesso, se si guarda ai dati delle richieste partite da Berlino alla volta della California non può sfuggire che, forse, l’Europa è meno “senza peccato” di quanto molto spesso non si creda.

Poi, naturalmente, guai a dimenticarsi che i dati in questione sono chiesti e ottenuti per le ragioni più diverse, molte delle quali – e, anzi, la più parte delle quali – indiscutibilmente giuste e legittimanti una compressione della privacy.

Basti pensare ai dati chiesti e ottenuti per sventare tentativi di suicidio, per ritrovare persone scomparse o per contrastare truffe, frodi e altri crimini online.

Insomma, naturalmente, non c’è un’equazione perfetta tra i Governi che chiedono più dati e i Governi meno rispettosi della privacy.

La questione del dialogo, forse talvolta privilegiato, tra il Governo americano e le tech company di casa sua indiscutibilmente esiste e non può essere trascurata.

Difficile davvero trovare la giusta via di mezzo.

E, in effetti, più che guardare ai numeri, alla sua ricerca, bisognerebbe guardare ai processi attraverso i quali i Governi chiedono e ottengono i dati in questione, alla possibilità degli interessati di opporsi alle richieste o, almeno, di poter bussare alla porta di un Garante che, all’occorrenza, possa tutelare il loro diritto alla privacy.

È questa, probabilmente, anche l’unica possibile chiave per risolvere la situazione tra Stati Uniti e Europa, ormai, da troppo tempo irrisolta.

 

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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