Governare il futuro. L’irresistibile tentazione della password sul post-it

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L’Agenzia nazionale francese per la cybersecurity ha appena pubblicato, come fa ogni anno, un vademecum con alcuni consigli in fatto di password.

Tra i tanti, più o meno triti e ritriti che si fa fatica a pensare siano davvero ancora necessari ma, probabilmente, invece lo sono ce n’è uno che la dice lunga davvero sullo stato dell’arte in fatto di cultura di base alla sicurezza informatica.

Dice così: “scrivere la password su un post-it non è una buona idea” perché equivale, più o meno, a lasciare le chiavi di casa o quelle della nostra macchina alla mercé di chiunque.

Ma la circostanza che l’avvertenza sia ancora nella hit – si fa per dire – dei consigli che l’agenzia francese ritiene utile condividere con i cittadini suggerisce che la pratica è ancora diffusa.

E, in effetti, lo è, peraltro in Francia come nel nostro Paese.

Secondo alcune testate specializzate francesi ci sarebbe ancora una percentuale compresa – a seconda delle rilevazioni – tra il 30 e il 50 per cento di utenti dei servizi digitali più diversi che userebbe appuntare la password sul post-it.

Forse, in effetti, è arrivato il momento di smettere.

La pubblicazione del report è, probabilmente, l’occasione giusta per tornare per qualche istante a parlare della questione della centralità della scelta e della protezione delle nostre password nella nostra vita digitale.

Scegliere la password sbagliata o gestirla in maniera sciocca è il modo migliore per spalancare la porta della nostra vita in digitale a chi non vorremmo e per esporci a migliaia di rischi mai, oggettivamente, del tutto evitabili ma, certamente, largamente contenibili al di sotto di soglie di maggior tolleranza.

Semplicemente accettando l’idea che la password è di più che una sequenza di lettere, numeri e simboli.

Tra i suggerimenti che l’agenzia francese per la cybersecurity non propone ma che, forse, vale la pena ricordare ce ne sono un paio che è arrivato il momento di mettere in cima alla lista.

Il primo.

Iniziamo a utilizzare i sistemi con doppio fattore di autenticazione ormai resi disponibili dalla più parte dei servizi digitali.

Tanto per intenderci quelli che prima ci chiedono la vecchia e cara password di sempre ma, poi, ci mandano, normalmente sullo smartphone, un codice di quelli validi per un solo accesso.

Per carità niente che renda impenetrabile in senso assoluto il nostro domicilio digitale ma il sistema, almeno, impone al malintenzionato di turno di avere anche il controllo del nostro smartphone per riuscire nell’impresa.

Il secondo.

Senza voler fare pubblicità a nessuno in maniera particolare, oggi, esistono diverse app con un’unica funzione tanto semplice quanto utile: custodire le nostre password come si trattasse di chiudere un mazzo di chiavi in cassaforte.

Nella sostanza le password per i diversi servizi si inseriscono in una scatola digitale che ci solleva dal rischio frequente di dimenticarle perché ci consente di usare, di volta in volta, quella che ci serve semplicemente ricordandone una, appunto quella dell’app-cassaforte.

Come si dice spesso da queste parti, navigante avvisato è mezzo salvato.

 

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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