Governare il futuro. La legge di Facebook non è uguale per tutti

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Il Wall Street Journal non ha dubbi: Facebook tratterebbe i VIP in maniera diversa dalla gente comune riservando ai primi un trattamento meno rigoroso nella moderazione dei contenuti che violano i propri termini d’uso.

L’accusa che il quotidiano americano, dopo aver visionato documenti interni alla società, rivolge al social network più popolare del mondo è di quelle che lasciano il segno e che minano alle radici il rapporto di fiducia tra utenti e Facebook: le regole stabilite con i termini d’uso che tutti gli oltre tre miliardi di utenti della piattaforma accetterebbero prima di salire a bordo non sono uguali per tutti.

Centinaia di migliaia, forse milioni nel mondo tra calciatori, politici, donne e uomini di spettacolo sarebbero trattati con i guanti bianchi e sarebbe loro consentito di tenere online immagini e post che se pubblicati da utenti comuni vengono cancellati in una manciata di minuti.

Il programma, noto nella società come XCheck, sarebbe nato con l’intento di scongiurare il rischio di rimuovere affrettatamente contenuti pubblicati da utenti VIP con il conseguente rischio di pericolose conseguenze reputazionali ma si sarebbe poi evoluto in un sistema a disposizione di milioni di privilegiati ai quali Facebook ha riconosciuto una speciale licenza di violare le sue stesse regole potendo far affidamento su interventi decisamente meno tempestivi di quelli normalmente riservati ai suoi utenti comuni.

È una bruttissima storia potenzialmente capace di costare cara a Facebook in termini di fiducua dei propri utenti.

Chi di noi resterebbe iscritto a un club che, benché tutti paghino la stessa quota di iscrizione, riconosce ad alcuni un trattamento speciale?

Intendiamoci niente che possa o debba per davvero sorprendere perché è abbastanza naturale per non dire ovvio che una società commerciale per la quale la reputazione è tutto o, almeno, molto usi un occhio di riguardo per alcuni utenti capaci, qualora qualcosa vada storto, di minare in maniera più significativa, la propria immagine.

Ma se, come accaduto sin qui, la società in questione sostiene di non avere figlie figliastri e di trattare allo stesso modo tutti i suoi miliardi di utenti, allora, la questione è diversa perché in tanti rischiano di sentirsi presi in giro e trattati come figli di un Dio minore specie se, come nel caso in questione, il trattamento diversificato riguarda, come in questo caso, i limiti all’esercizio della libertà di parola.

Difficile, infatti, accettare l’idea che la parola di qualcuno – solo perché VIP – valga più di quella di qualcun altro e, quindi, prima di togliergliela sia necessario pensarci due volte di più o, come accaduto secondo il Wall Street Journal, ventiquattrore in più.

La storia suggerisce, una volta di più, di fermarsi a riflettere sull’opportunità di lasciare che siano soggetti privati a decidere se e quali contenuti meritano di restare online e quali di essere rimossi perché, per quanto anch’essa certamente perfettibile e, certamente, non esente da errori e trattamenti preferenziali accordati a qualcuno in danno di qualcun altro, la giustizia dei Giudici e dell’Autorità è la forma di giustizia più equa sulla quale si può contare nella dimensione terrena.

Giudici e Autorità, infatti, non hanno un’immagine commerciale da difendere, non devono rendere conto agli azionisti né sono mossi da interessi di matrice economica nel compiere una scelta o quella opposta.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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