Governare il futuro. Perché Facebook non userà più il riconoscimento facciale

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“Ogni nuova tecnologia porta con sé potenziali benefici e preoccupazioni e vogliamo trovare il giusto equilibrio. Nel caso del riconoscimento facciale, il suo ruolo a lungo termine nella società deve essere discusso apertamente e tra coloro che ne saranno maggiormente colpiti. Continueremo a impegnarci in questo confronto e a lavorare con i gruppi della società civile e le autorità di regolamentazione che vi partecipano.”

Si chiude così il lungo post con il quale Facebook, ormai Meta lo scorso due novembre ha annunciato al mondo la decisione di non usare più il riconoscimento facciale.

È una notizia che arriva a sorpresa, carica di significato e occasione di qualche riflessione.

Intanto è difficile non chiedersi cosa abbia spinto Meta, proprio ora, a decidere di “spegnere” una tecnologia che ha difeso per oltre un decennio e che le è costata prima miliardi di dollari di sanzione da parte della Federal Trade Commission e poi centinaia di milioni di dollari di risarcimento danni a valle di una class action in Illinois.

Che è successo o cosa sarebbe successo se non avesse fatto un passo indietro?

Certo, in tutto il mondo, le perplessità sul ricorso al riconoscimento facciale, per la verità soprattutto nella dimensione della sorveglianza di massa, si moltiplicano di mese in mese ma questo non certo da ieri.

Eppure, sin qui, niente aveva determinato il social network a una decisione del genere.

C’è poi una notizia nella notizia che non va lasciata cadere nel nulla né risucchiata nel titolo della notizia principale: Meta, nel suo annuncio mette nero su bianco che, per effetto della sua decisione, cancellerà un miliardo di impronte biometriche dei volti di altrettante persone.

E considerato che, dal 2019, Facebook utilizza il riconoscimento facciale solo sui volti delle persone che l’autorizzano a farlo questo significa che un miliardo di persone in tutto il mondo hanno deliberatamente – ma non necessariamente consapevolmente – prestato a Facebook il consenso a sacrificare l’impronta biometrica della loro faccia sull’altare della comodità di essere informati dal social network ogni qualvolta qualcuno pubblicava una loro foto.

Non male considerato che si tratta di alcuni dei dati più delicati di ciascuno di noi.

Un dato che la dice lunga su quanto interfacce e modalità attraverso le quali i gestori delle grandi piattaforme ci chiedono consensi, permessi, accettazioni e autorizzazioni riescano a persuaderci – o, almeno, a persuadere la più parte di noi – a assumere decisioni apparentemente opposte a quelle che ci si aspetterebbe.

Ma non basta.

Perché nel comunicare la sua decisione di stoppare il riconoscimento facciale nell’universo di Facebook, Meta si toglie – o sembra togliersi – anche due sassolini dalle scarpe.

Il primo se lo toglie dicendo che la decisione di cessare, per ora, il ricorso all’intelligenza artificiale è anche dovuta alla circostanza che i decisori pubblici in giro per il mondo non avrebbero ancora assunto decisioni definitive sulla questione lasciando il mercato in una condizione di incertezza giuridica.

Il secondo se lo toglie ricordando al mondo intero che il riconoscimento facciale – ma il discorso sembra riferibile anche a tecnologie diverse – oltre a sollevare tanti dubbi e perplessità è anche una soluzione preziosa sotto tanti profili diversi tra i quali il fatto che ha, a lungo, garantito a ipovedenti e non vedenti di sentirsi raccontare dai sistemi digitali di ausilio alla navigazione online il nome delle persone ritratte in una foto.

Questo, ora, ricorda Meta non sarà più possibile.

Insomma magari Meta agisce mossa da una qualche insospettabile ragione poco nobile o niente affatto nobile ma, per quel che si sa, sta dando una bella lezione a tanti: quella di una corporation che si autolimita rimproverando elegantemente ai decisori pubblici di non aver deciso e avvertendo che dovendo far da sola e scegliere la strada più prudenziale rischia di far di ogni erba un fascio e imporre al mondo di rinunciare anche alle tante opportunità che la tecnologia in questione potrebbe offrire.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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